L’uomo effimero e la nuova alienazione

PAROLE AL VENTO. DIARIO DA LAMPEDUSA
marzo 5, 2021
IN PRINCIPIO FU IL LAVORO
marzo 8, 2021

L’uomo effimero e la nuova alienazione

Nella fase conclusiva d’un incontro di formazione militante che si svolge regolarmente nella Federazione di Roma, sorgevano tra i compagni presenti riflessioni sulla necessità di affrontare un’analisi approfondita della società odierna e del suo movimento nella storia contemporanea.

Le classi sociali identificabili nella popolazione del nostro paese sono le stesse di decenni fa? Le necessità? Lo stile di vita?

Gli uomini per essere definiti tali, devono in primis vivere e per vivere hanno bisogno di una base materiale, dal mangiare al bere, dal tetto sopra la testa al vestirsi. Questi si distinguono dagli animali quando cominciano a produrre i loro mezzi di sussistenza, ovvero la loro vita materiale, ciò che appaga le loro necessità.

La produzione dei mezzi di sussistenza e degli strumenti necessari a conseguirli determina specificamente il modo di vivere umano, la sua essenza, ciò che è realmente; gli esseri umani dipendono dalle condizioni materiali della loro stessa produzione.

Anche l’animale soddisfa i propri bisogni fondamentali, ma a differenza dell’uomo, ha una disponibilità limitata di mezzi e modi di appagamento dei suoi bisogni, anch’essi limitati.

L’uomo invece possiede la progettualità e pur dipendendo anch’esso dalla natura, è in grado di moltiplicare, particolareggiare ed appagare le proprie necessità; ciò rappresenta la sua libertà.

L’animale produce soltanto ciò che gli occorre immediatamente o per sé o per la prole e lo fa solo sotto impulso del bisogno fisico immediato, l’uomo invece produce veramente solo quando è libero dal bisogno fisico e tenendo anche conto dei suoi canoni estetici.

L’uomo fa dell’attività vitale, nonché del lavoro in cui si traduce, un atto di volontà e coscienza ed è proprio questa volontà cosciente che lo distingue dagli animali.

Vogliamo anche però capire di cosa si parla esattamente quando si celebra il lavoro, di cosa accade realmente nei contesti nei quali lavoriamo: la risposta è nelle parole di Marx, nei Manoscritti economico-filosofici del 1844. Dice:

«Non trasferiamoci come fa l’economista quando vuole dare una spiegazione, in uno Stato originario fantastico. Un tale Stato originario non spiega nulla.

Noi partiamo da un fatto. L’oggetto che il lavoro produce, il prodotto del lavoro, si contrappone ad esso come un essere estraneo, come una potenza indipendente da colui che lo produce. Il prodotto del lavoro è il lavoro che si è fissato in un oggetto, è diventato una cosa. Il lavoro stesso diventa un oggetto. Quanti più oggetti l’operaio produce, tanto meno ne può possedere e tanto più finisce sotto la signoria del capitale. Tanto più povero diventa l’operaio, tanto meno il suo mondo gli appartiene: l’operaio ripone la sua vita nell’oggetto ma d’ora in poi la sua vita non appartiene più a lui ma all’oggetto».

È chiaro dunque che nel contesto di produzione capitalista l’alienazione dell’operaio fa sì che il lavoro stesso che lui svolge gli sia estraneo, alieno appunto: la vita che egli ha dato alla merce, gli si contrappone, gli è estranea.

Questo perché egli lavorando in un sistema capitalista non sarà mai proprietario della merce ma anzi la perderà. Essa servirà per far arricchire col suo lavoro un altro individuo: il capitalista.

L’operaio ha però un bisogno vitale del suo oggetto prodotto ma il capitalista lo rende invece schiavo di quell’oggetto prodotto dal suo stesso lavoro. Non è più il prodotto alla mercé dell’uomo, ma è l’uomo alla mercé del prodotto.

Il lavoro nel capitalismo si svolge in condizioni oggettive sfavorevoli per l’operaio; egli è proprietà del Capitale tanto quanto i mezzi di produzione.

Il prodotto-merce è anche però la conseguenza della produzione e quindi se il prodotto del lavoro è estraneo all’operaio, lo sarà anche la produzione stessa.

Infatti l’operaio non si afferma nel suo lavoro ma si nega, non è soddisfatto ma infelice, sfinisce il suo corpo e il suo spirito, perciò si sente estraneo sul posto di lavoro; è “felice” solo fuori da esso.

Questo avviene perché egli non lavora liberamente ma è costretto a farlo in primis per sopravvivere ed è obbligato a farlo in una certa maniera, in un certo modo, in un certo tempo, con macchinari non suoi e solo per bisogno.

Egli vorrebbe utilizzare il lavoro per appagare i suoi bisogni ma in realtà soddisfa quelli del capitalista.

«Il paradosso – dice Marx – è che l’operaio si sente libero solo quando svolge le altre sue funzioni vitali fuori dal lavoro, ma mangiare, nutrirsi e stare in gruppo sono caratteristiche proprie anche dell’animale. Ecco dunque che il lavoro, alienato sotto il capitalismo, rende l’uomo anche estraneo alla sua stessa natura, rendendolo un animale. Di conseguenza se l’uomo è estraniato anche dalla sua stessa natura, lo sarà di conseguenza anche con gli altri suoi simili».

Ciò naturalmente avverrà sia sul posto di lavoro, dove l’operaio alienato rivedrà nei suoi colleghi altri soggetti a lui estranei, sia nella vita quotidiana dove ciò lo porterà a condurre una vita singola e non associata. Si sentirà solo, sarà una monade e nulla più.

«Non esistendo divinità, l’essere estraneo a cui appartiene il lavoro e il prodotto del lavoro, che si serve del lavoro dell’operaio e gode del prodotto del lavoro altrui, dovrà necessariamente essere un uomo: questo è precisamente il capitalista. Il prodotto del lavoro alienato sarà invece la proprietà privata cioè la realizzazione di questa alienazione».

Nel pensiero di Marx dunque si insiste sull’estraniazione del prodotto del proprio lavoro a cui l’operaio salariato è costretto dai rapporti di produzione capitalistici e in particolare dal capitalista che ne compra la forza-lavoro.

Noi Comunisti pertanto dobbiamo combattere l’individualismo a cui questa società capitalista ci spinge per dividerci e renderci deboli di fronte agli attacchi della classe dominante.

Non c’è più la certezza di una volta, studio o imparo un mestiere ed avrò certamente un buon lavoro stabile che mi permetterà di elevare il mio tenore di vita, come poteva essere in passato. Il lavoro per cui ci si prepara per un’intera vita non è quindi scontato, non è un diritto, ma rasenta il concetto di privilegio.

Ci si ritrova quindi in una realtà in cui il proprio bagaglio culturale o la propria preparazione tecnica o manuale sono tutt’altro che necessarie.

Si alza via via la soglia di tolleranza al sopruso, che non sembra mai costituire una sufficiente ragione per potersi opporre, per alzare la testa innanzi il ricatto padronale.

È un tipo di disconoscimento che porta inevitabilmente a far scemare l’importanza che il lavoratore dà al proprio tempo, alla propria vita; ed è anche in questa circostanza che ci si sente alienati.

In tutto ciò emerge un tipo di concezione del lavoro, della propria vita che anziché mirare al miglioramento, mira semplicemente a non peggiorarla; se si mira a non peggiorare, l’unica cosa che migliora effettivamente è la soglia di tolleranza al sopruso e può solo andar peggio.

C’è quindi confusione tra diritti e privilegi.

Dove non c’è coscienza di sé e del proprio valore non esistono diritti; i meccanismi di lavoro odierni puntano proprio a minare l’autocoscienza e l’autodeterminazione del lavoratore in modo da accrescere non solo il profitto del padrone ma il suo dominio sul lavoratore.

Altro tema, connesso a questa problematica, è l’intercambiabilità del lavoro stesso.

Esistono spesso situazioni in cui chi ha un lavoro ed un contratto più o meno stabile ed ha più di trent’anni d’età, può essere tranquillamente sostituito da una persona più giovane di dieci anni, con una settimana di formazione che si accontenta di uno stipendio nettamente inferiore.

Non è raro scorgere l’attaccamento del lavoratore ad un contratto in essere, a discapito dei propri diritti e quindi di una vita più dignitosa. Se questi cambiasse lavoro, non avrebbe più quei diritti e quella sicurezza, quella stabilità. Ed è qui che china la testa al padrone, è qui che farà straordinari non retribuiti, è qui che rinuncerà al proprio tempo in favore del padrone. L’unica cosa di cui è ormai cosciente è la sua intercambiabilità e sa che se un domani deciderà di andarsene per altri lidi, a concorrere con lui ci saranno sempre persone che accetteranno compromessi molto più vantaggiosi per chi li assumerà.

Senza rendere consapevoli i lavoratori, senza far sì che tengano a loro stessi a tal punto da avere come obiettivo la crescita collettiva anziché il rimanere a galla, è impensabile combattere questo sistema.

Il metro di distinzione tra una classe e l’altra a questo punto non è più il salario o la dubbia stabilità del posto di lavoro, ma l’indice di rimpiazzabilità.

Un lavoratore ormai è sicuro del proprio posto di lavoro ed è tranquillo nel vivere la propria vita, è cosciente del proprio valore solo se si rivela effettivamente indispensabile.

Il compito di ogni comunista nel proprio posto di lavoro è in primo luogo prendere coscienza sia del proprio valore e della propria indispensabilità e soprattutto aiutare e supportare i colleghi a fare altrettanto.

Ecco come il segretario della Federazione di Roma, Alessio Tondi, andò a sintetizzare ciò che i compagni al margine della riunione di formazione si stavano chiedendo:

«In maniera molto sintetica l’alienazione è la sottrazione del prodotto del lavoro dell’operaio da parte del capitale.

L’operaio quindi non sentendosi più umano durante lo svolgimento del lavoro, che appunto serve a soddisfare i bisogni primari, va a ricercare il suo vero essere altrove, come un animale.

Il capitalismo moderno ha fatto un ulteriore passo da allora, sostituendo gradualmente la ricerca del proprio essere umano dai bisogni primari come bere, mangiare, fare sesso, a quelli effimeri come il seguire le serie televisive a pagamento e tante altre cose apparentemente belle ma superflue; ciò non significa che bisogna aspirare ad un ascetismo primitivo, piuttosto considerare questi bisogni per quelli che sono.

Ecco quindi che il lavoratore moderno per sentirsi umano, per essere considerato umano dagli altri, si rifugia in questi bisogni effimeri reso a questo punto alienato sia dal prodotto del suo lavoro che dalle sue funzioni primarie, passando da animale a animale da batteria.

Animale addomesticato, perché è il bisogno effimero in cui il lavoratore oggi si sente realizzato ed umano ad alimentare il capitalismo stesso».

Come detto dal segretario generale del Partito Comunista Marco Rizzo in occasione delle sue conclusione alla manifestazione unitaria a Roma del 27 febbraio 2021:

«Viviamo dunque in questa condizione di schiavitù, dove si lavora ad intermittenza, quando lavori non hai un ruolo confacente al titolo di studio o alle singole capacità. Quando lavori sei sfruttato senza diritti e poi ti danno pure la disoccupazione. Questo è quello che ci vogliono far fare, ci vogliono impoverire economicamente, socialmente e anche nella nostra anima, vogliono tenerci chiusi come polli da batteria, per poi metterci in coda per comprare un caffè americano schifoso a 5€ o per avere l’ultimo modello dell’iPhone».

Dobbiamo ribellarci a questo stato di cose che per natura non c’apparterrebbe, che è addirittura nocivo.

Queste analisi sono solo un piccolo tassello da inserire in un più ampio quadro di analisi della società, della sua attuale composizione di classe e del suo movimento nella storia contemporanea, nel nostro paese e in ambito internazionale. Analisi sviluppate grazie ad un costante lavoro di formazione dei quadri, già promosso a livello nazionale, e di formazione di base per i nuovi militanti che si avvicinano al Partito sperimentato con successo nella Federazione di Roma.

Analisi che necessitano di un organismo specifico interno al Partito da strutturare pienamente in seno al Dipartimento Formazione e Studi.

Alessio Tondi segretario della Federazione di Roma

Marco Barricata responsabile formazione della Federazione di Roma

Andrea Pievaioli responsabile agitazione e propaganda della Federazione di Roma

Un ringraziamento a tutti i compagni in formazione e non che con le loro domande, i loro suggerimenti e le loro proposte hanno contribuito alla formulazione di questa analisi da considerarsi ancora parziale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *