Parco del Beigua, da Patrimonio Unesco a miniera di titanio

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Parco del Beigua, da Patrimonio Unesco a miniera di titanio

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

di Claudio Caravatti e Marco Salvadori

Il parco naturale regionale del Beigua, unico in Liguria ad essere riconosciuto fra gli UNESCO Global Geopark, è una risorsa inestimabile per il suo patrimonio geologico, faunistico, floristico, fossile, nonché paesaggistico, ed è molto apprezzato dagli amanti del trekking e della natura. I suoi corsi e le sue sorgenti contribuiscono a formare il bacino dell’Orba, cruciale fonte d’acqua per la zona e per il basso Piemonte.

Stupisce (ma non troppo) che le istituzioni regionali sembrino ricordarsi di questo gioiello naturalistico solo per il suo titanio.

Non ci ingannino le parole dell’assessore Marco Scajola, che insiste nel precisare che le concessioni date dalla Regione riguardano solamente un sondaggio non invasivo per studiare la presenza di titanio, e solo in aree esterne al parco vero e proprio, affermazione è già smentita dai sindaci del territorio interessato.

Perché affidare uno studio del genere a C.E.T., una S.r.l. privata che da anni intende esplicitamente aprire una miniera sul monte Tarinè, invece che all’Università o a un istituto di ricerca geologica?

Che lo scopo verso cui muove questa operazione sia lo sfruttamento minerario è talmente ovvio, che nessuno degli enti e delle comunità interessate ha creduto a queste precisazioni ingannevoli.

La nostra opposizione a questo progetto non nasce dal solo voler tutelare un’area unica, che dovrebbe essere un orgoglio ligure, in un’epoca che ci ha dimostrato inequivocabilmente l’importanza di spazi di questo tipo per la salute fisica e mentale delle persone.

È importante ricordare che l’estrazione del titanio non equivale a dissotterrare un sasso: come rilevato nel ’92 da uno studio dell’Università di Genova, per estrarre il rutilo (biossido di titanio) dal Beigua dovrebbero essere mossi milioni di metri cubi di terre, con conseguenze idrogeologiche difficili da prevedere.

In quelle terre è presente una percentuale importante di rocce amiantifere, e lo stesso biossido di titanio è oggetto di studi perché le sue nanoparticelle sono considerate un potenziale agente cancerogeno.

Tutto questo in una ventosa area di montagna ricca di falde acquifere.

E tutte le terre “di scarto”, i minerali che non contenessero sufficiente titanio?

Dove saranno lasciati?

Dobbiamo aspettarci gigantesche discariche a cielo aperto nel bel mezzo di un parco naturale o ai suoi confini?

Chi si accollerà di processare e smaltire questi resti potenzialmente amiantiferi nel rispetto delle norme di tutela ambientale?

Dobbiamo aspettarci l’ennesimo caso in cui i profitti potranno essere incamerati liberamente dalle grandi aziende mentre i costi (economici, ambientali, sanitari) cadranno in capo al pubblico?

La normativa è talmente stringente (tutte le richieste di apertura cave nel Beigua sono state respinte), che ci si chiede come C.E.T. e Giunta Toti pensino di poter coniugare l’interesse economico con la tutela dell’ambiente e della salute pubblica.

Domanda retorica perché l’esperienza ci insegna che, nel capitalismo, l’interesse economico sarà sempre al primo posto.

 

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