Severgnini: Pal-washing, Libia e verità censurate

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Hai scritto e parlato di “Pal-washing”, ovvero del riposizionamento della falsa opposizione riguardo al genocidio dei palestinesi (che ovviamente loro non chiameranno mai così).

Il sentimento di rabbia nelle popolazioni occidentali nei confronti del sionismo deve essere incanalato in un dolore estetico privo di contenuto politico. Così si rende Netanyahu il capro espiatorio, attribuendo tutte le responsabilità a lui e non al progetto genocidiario sionista. Al contempo, le posizioni antisioniste vengono ostracizzate e silenziate.

Come possiamo contrastare queste narrazioni in cui consenso e dissenso derivano dalla stessa fonte e hanno obiettivi affini?

Dal 7 ottobre in poi è successo qualcosa di sottile nel dibattito occidentale, ma che va interpretato non diversamente da come abbiamo interpretato alcuni passaggi in Medio Oriente e Nord Africa occorsi negli ultimi 15 anni.
Io poi, dal mio punto di osservazione, mi sono trovato di fronte ad uno scenario grottesco, che mi ha spinto a coniare il termine “Pal-washing”. Un termine di immediata intuizione, cioè quello di ripulirsi la coscienza attraverso il sostegno ai Palestinesi. Fenomeno che non è maggioritario (c’è tutto un mainstream pro-Israele), ma che ugualmente insinua il sostegno popolare alla Palestina in Occidente.
E non sto parlando soltanto del cosiddetto “riposizionamento” che ha coinvolto alcune istituzioni a guida “liberal”, ma di un posizionamento della prim’ora che se a quasi nessuno ha fatto problema, a me ha inquietato sin dall’inizio.

Immaginate che dal 2018, quando sono tornato in Italia dopo anni all’estero e ho cominciato la ricerca che poi ha portato al film “L’Urlo”, i miei più accaniti censori sono buona parte del movimento pro-Pal occidentale attuale.

Censori che inizialmente hanno provato a giocare nei miei confronti il ruolo dei benefattori ricoprendomi di lusinghe e dopo, dopo essermi rifiutato di censurare parti del mio lavoro come da loro richiesto, hanno censurato loro direttamente l’intero film.
Sarei dovuto essere stupefatto del loro sostegno a Gaza, al limite mi sarei dovuto sentire rallegrato dal fatto che invece riguardo in quest’occasione fossimo dalla stessa parte. A me la cosa ha semplicemente inquietato.
Ma nemmeno mi ha così sorpreso.

Conosco bene il movimento pro-Pal americano sin dagli albori, potremmo dire. Nel 2007 sono stato ospite dell’EastFestival a New York, organizzato dalla Open Society Foundation di George Soros. Mi invitarono a proiettare il film “Isti’mariyah”, un film sui giovani della resistenza palestinese in Libano e Siria che avevo girato nel 2005, vent’anni fa.
Le fondazioni dei magnati “liberal” americani, quelli che sostengono economicamente i Democratici americani (ma anche tutte le campagne per i pseudo-diritti civili), sostengono la Palestina. Ma non dobbiamo farci trarre in inganno, bisogna capire perché lo fanno e cosa sostengono all’interno della causa palestinese.

Individui il successo della tattica di sfruttare il dissenso per imporre un consenso pianificato dall’alto dalle “primavere arabe” del 2011. Parlacene.

Esattamente. Il 2011 è stato uno spartiacque importante perché sono state applicate per la prima volta tecniche di costruzione del consenso che hanno minato le basi del pensiero critico in Occidente, soprattutto a sinistra.
Pertanto, a partire dal mondo arabo, il dibattito tra chi troppo facilmente si è messo a disposizione delle cosiddette “primavere” e chi ha denunciato in quei movimenti un piano di aggressione coloniale, ha spaccato anche la comunità palestinese.

A Damasco, in Siria, ad esempio, una buona parte della comunità palestinese si era schierata a favore della cosiddetta “primavera” contro Assad.

Lo stesso Hamas ha tenuto posizioni favorevoli alla “primavera”.

Erano gli anni in cui all’interno di Hamas era forte l’impronta della Fratellanza Musulmana, movimento politico in seno all’Islam che ha beneficiato dei cambiamenti imposti dalle rivolte. Appartenevano alla Fratellanza Rached Ghannouchi (primo presidente Tunisino dopo le rivolte), Abdelhakim Belhaj (leader del Consiglio Militare di Tripoli che prese il potere nei mesi successivi alla caduta di Gheddafi) e Mohamed Morsi, presidente egiziano poi abbattuto dal colpo di Stato di Abdel Fattah Al-Sisi nel 2014.

Dobbiamo comprendere che, sebbene negli ultimi anni Hamas abbia allentato il rapporto con la Fratellanza, consentendogli un avvicinamento strategico con l’Asse della resistenza, certe dinamiche e spaccature sono ancora presenti all’interno del dibattito nei Paesi arabi così come nella comunità palestinese.
È qui che interviene il sostegno occidentale del mondo pro-Pal, nel sostenere alcune avanguardie occidentali all’interno della comunità palestinese, in funzione egemonica.

Questo avviene soprattutto attraverso le comunità palestinesi in Occidente.
Faccio solo due esempi: quando leggo la lettera “schwa” (ə) nei comunicati dei Giovani Palestinesi in Italia, capisco che il loro tipo di resistenza sta già subendo l’egemonia culturale delle fondazioni “liberal” americane e la cosa non mi piace.
Oppure quando si canta lo slogan “From the river to the sea, Palestine will be free” (Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera). Faccio umilmente notare che fino alla disgregazione dell’Impero Ottomano, con il Trattato di Losanna del 1923 e la conseguente frammentazione del Medio Oriente, la Palestina figurava come provincia dell’Impero Ottomano e il suo territorio andava ben oltre il fiume Giordano, tant’è che poi le due parti vennero chiamate Cisgiordania e Transgiordania, quest’ultima poi diventata semplicemente Giordania. L’attuale Giordania era quindi parte della provincia della Palestina. E l’attuale Giordania sta dopo il fiume Giordano, a est di esso.

Questi slogan sono semplificazioni che però affermano la dimensione del confine, in vista di cosa? In vista di due Stati che poi non faranno mai? La Palestina in ogni caso non è uno Stato nemmeno una nazione. La Palestina è una provincia della Grande Siria, o del Levante, o di come vogliamo chiamare quello Stato che di nuovo unirebbe i Paesi attuali del Medio Oriente. Dobbiamo capire che l’esistenza di Israele nasce da quella disgregazione. Pertanto non è la Palestina che deve essere libera, ma l’intera regione. Altrimenti poi troviamo qui da noi manifestanti che sostengono la Palestina da un lato, ma al tempo stesso gioiscono per la presa di Damasco di Al Jolani.

In definitiva il movimento occidentale pro-Pal (quello sorto nei campus americani, poi estesosi in Europa attraverso le solite figure sinistro-confuse) è una creazione occidentale a uso interno, che mira a disseminare molta confusione nel movimento per la Palestina ed è costruito sulle stesse reti che hanno censurato L’Urlo.

Le statistiche mostrano un’Italia con sempre meno libertà di stampa… E Qual è il ruolo delle ONG nel traffico di umani e nell’organizzazione del dissenso?

Ho iniziato ad occuparmi di Libia nel 2017-18. In quella fase la Turchia beneficiava in Libia dei servigi delle milizie di Tripoli, i gruppi armati che hanno abbattuto Gheddafi e che hanno trasformato la Tripolitania da anni in una terra senza legge. L’Italia si accodava da buon seconda, perché la Turchia aveva, diciamo, più dimestichezza con i gruppi jihadisti.

Le cose sono cambiate però negli ultimi anni. La Turchia ha capito che l’esperimento “Tripoli” era fallimentare e ha aperto contatti diplomatici ed economici con le legittime autorità di Bengasi. Guarda caso l’Italia ha seguito la Turchia anche in questo caso. Qualche settimana fa a Bengasi si è tenuto un forum economico Italia-Libia con un centinaio di imprenditori italiani. Ma l’Italia arriva a Bengasi ancora tramite la Turchia, nello specifico sulla base dell’accordo firmato il marzo scorso tra la Leonardo italiana e la Bayraktar turca, società leader nella produzione di armamenti.

L’Italia è strutturalmente incapace oggi di avere una propria politica in Libia. Per esempio, le elezioni sono impedite dal 2021 per impedire a Saif Gheddafi, dato in testa nei sondaggi, di diventare il prossimo presidente. Il consenso di cui gode in patria è vastissimo, non solo per il cognome che porta ma per le capacità e le posizioni che ha dimostrato di saper assumere non solo prima del 2011, ma anche in questi ultimi anni. Perché l’Italia non si fa promotrice e sponsor, seriamente, di queste elezioni prendendo già da oggi contatti con i quadri di Saif? La mossa di firmare ora contratti così importanti a Bengasi ci fa capire che l’obiettivo dell’Italia in Libia non sono le elezioni, ma continuare a speculare sulla divisione del Paese, appesa al gonnellino della Turchia.

Questi e altri fatti fanno sì che il dibattito in Italia sulla Libia, quelle rare volte che viene aperto, sia pesantemente influenzato da rimozioni collettive, censure e reticenze.

Un esempio: nell’agosto 2023 la redazione del Fatto Quotidiano mi commissionò un’intervista ad Abdul Hadi Al-Huweej, autore della prefazione del libro “L’Urlo – schiavi in cambio di petrolio” (2022, LAD edizioni), che nel frattempo era stato nominato ministro degli Esteri del governo libico di Bengasi, quello che io considero legittimo, perché l’unico dei due governi libici a ricevere il voto di fiducia del Parlamento. L’intervista, una volta realizzata, venne rifiutata dalla redazione perché considerata “di parte”, perché alla prima domanda chiesi: “Come ci si sente ad essere definito ministro di un governo parallelo?”. La risposta si può immaginare. Al-Huweej ha rigettato questa definizione. Non aver ribattuto a questa sua risposta sacrosanta è stato giudicato un atteggiamento “di parte” dalla redazione del Fatto Quotidiano (l’intervista è riportata nella seconda edizione del libro L’Urlo).

Purtroppo in quella redazione ci sono molti giovani giornalisti che si sono formati con le “primavere arabe” di cui si parlava e hanno quel tipo di imprinting. Per loro, per quanto possano essere malvagie le milizie di Tripoli, sono sempre meglio di Haftar.
Poi che Haftar sia a capo di un esercito istituito con voto del Parlamento libico e che le milizie di Tripoli al contrario non abbiano nemmeno lontanamente una legittimità popolare, non importa.

E’ sempre la logica del “Pal-washing” che si annida nei meandri della “sinistra” italiana. Non è un caso che il Fatto Quotidiano sia in prima fila a sostenere le manifestazioni dei partiti di massa per la pace a Gaza, ma al tempo stesso è disposto, attraverso la censura, a nascondere le dinamiche popolari in Libia.

Abbiamo chiamato la campagna “Apocalisse Gaza”.

E’ grazie a loro, ai protagonisti della resistenza civile di Gaza, alla loro intraprendenza, se in quest’ultimo mese abbiamo potuto raccogliere 14.220 euro da 274 donazioni, 13.180 euro di questi già inviati e ritirati a Gaza.
Da questa esperienza sta nascendo un film in progress grazie ai video girati con i telefonini dai nostri contatti nella Striscia di Gaza.

Per ora abbiamo pubblicato due mini documentari sul canale YouTube dell’Antidiplomatico:

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