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GAS (CARO) IN CAMBIO DI DATI?

Lo scontro in atto

Le riserve di gas nei depositi dell’Europa occidentale sono ai minimi termini rispetto agli ultimi anni ed oggi le riserve europee arrivano al 26% della capacità complessiva. L’UE di norma richiede agli stati membri di riempire i depositi di gas all’80% della capacità entro il 1° novembre e addirittura l’ultima legislazione, richiede uno stoccaggio del 63% entro già entro il 1° agosto, aumentando l’obbiettivo di stoccaggio sul breve periodo nonostante gli evidentissimi problemi di approvvigionamento di gas naturale dalla Russia.

Già, perché al Cremlino fanno sul serio. Dopo che i russi si sono visti sequestrare i propri fondi in valuta straniera, il governo di Mosca ha deciso di vendere il proprio gas naturale solo dietro pagamento in rubli, permettendo al contrario ai paesi non ostili, con i quali vige un accordo di reciproca amicizia, di acquistare le materie prime russe per mezzo della propria moneta nazionale. Quindi, se l’India prima doveva procurarsi valuta statunitense (che ricordiamo gli USA creano a debito dal nulla digitando una cifra a piacere sul tastierino numerico e non acquistandola, approfittando del fatto che il dollaro è la valuta imposta dalla forza per l’acquisto delle principali materie prime che mandano avanti un paese intero [vedi qui]), oggi per l’acquisto del gas russo l’India potrà contare sulle sue rupie indiane, che di conseguenza la Russia userà poi per l’acquisto di altre materie prime provenienti dalla stessa India.

Il sequestro della valuta straniera di legittima proprietà del Cremlino, operato dalle sanzioni statunitensi, ha creato un precedente internazionale che dunque ha sortito l’effetto opposto da quello di isolare la Russia. I paesi che si sono dichiarati neutrali non sanzionando la Russia sono gli stessi che non vogliono ritrovarsi in un futuro prossimo a scendere a patti con la propria sovranità monetaria subendo il ricatto del sequestro della valuta straniera legittimante detenuta se non accettano l’imposizione di un modello economico sociale e culturale capitalista con caratteristiche statunitensi.

La maggioranza delle nazioni (ma molto di più in termini di popolazione mondiale) ha pensato bene di non seguire le folli imposizioni dell’egemone statunitense. Non così l’Unione Europea che da questa subalternità ha tutto da perdere. È evidente che i paesi cosiddetti ostili verranno esclusi dalla possibilità di creare nuovi sbocchi commerciali con un paese come la Russia che detiene la maggior parte di materie prime. Vedremo come saranno in grado di risolvere il problema della conversione forzata in rubli. Si acconceranno di malavoglia, sbandierando una vittoria inesistente, come soliti, o resisteranno sulla linea del Piave?

Ridicoli, imbarazzanti e molto preoccupanti i tentativi di Mario Draghi di appellarsi ai contratti di fornitura, dopo che si è accodato a eseguire sanzioni unilaterali. Fa rabbrividire il suprematismo mediatico che ostentano questi signori, citando un contratto, dopo che gli stessi hanno confiscato illegalmente la valuta straniera di un paese come la Russia e arrecato discriminazioni su base di appartenenza al popolo russo a cittadini privati colpevoli di fare sport e cultura rappresentando il proprio paese.

A dimostrazione di ciò, sembra che la Russia stia agendo con prudenza in proposito, lasciando all’Europa una scappatoia per non perdere la faccia, ipotizzando un sistema di transizioni finanziarie che soddisfino le richieste russe e non umilino l’orgoglio europeo.

 

L’antefatto

La strategia del Cremlino può creare sconvolgimenti sul lungo termine pari ad un vero e proprio ordigno nucleare economico, che non colpirà di certo gli Stati Uniti, che tutto sommato sono energicamente indipendenti e non sono minacciati da nessuna forza ai loro confini e riescono a sostenere internamente il loro fabbisogno alimentare, cosa non da poco. Sarà l’Unione Europea la vera vittima e probabilmente la sua moneta senza Stato. Quella stessa che da anni viene strattonata a destra e a manca, subendo influenze che da anni provocano enormi danni nel tessuto sociale, che paghiamo giornalmente noi lavoratori e più in generale le classi popolari.

A Bruxelles già da tempo hanno iniziato a tenere una condotta politica energetica che a conti fatti poneva l’interesse dei cittadini all’ultimo posto; anche considerando quanto sia importante il gas per le vite delle persone, soprattutto i più fragili dopo una pandemia così devastante, per la produzione industriale, i trasporti, ecc. L’Unione Europea ha preteso dal fornitore russo, di passare dai contratti cosiddetti oil link, ossia con i prezzi indicizzati all’andamento del prezzo del petrolio sul lungo periodo, ai contratti spot indicizzati sul breve periodo. Nel concreto questo passaggio porta due cambiamenti non di poco conto, lo si capisce descrivendo le due modalità.

In regime di oil link, il prezzo del gas naturale segue con un ritardo fino a tre trimestri il prezzo del barile: per capirci il prezzo del gas oscilla sul lungo termine in base al costo del petrolio greggio che può obiettivamente subire shock anche legati ad eventi non prevedibili. Dato che l’indicizzazione del prezzo del gas avviene con diversi mesi di ritardo rispetto all’oscillazione, anche pesante, del prezzo del barile, ciò dà la possibilità con molto anticipo di correre ai ripari e tutelarsi differenziando l’offerta di fornitura. In modalità di acquisto oil link il prezzo è per lo più stabile, ma più alto perché il fornitore ha l’onere di garantire un determinato approvvigionamento di gas. Breve parentesi: la Russia ha rispettato sempre i contratti con L’Unione Europea, anche nel 2021 quando qualche oratore dell’informazione, non si sa su quali basi, sosteneva il contrario; è evidente che la Russia trae più vantaggio da questi tipi di contratti, anche perché permette loro di fare pianificazione, ma allo stesso tempo protegge dai rischi l’acquirente, cioè noi. Una specie di assicurazione contro la “volatilità”, come sanno tutti coloro che hanno un minimo di dimestichezza con i fatti economici e finanziari. La volatilità è il terreno di caccia degli speculatori, la stabilità è quello che cercano i consumatori – aziende e comuni cittadini – che non vogliono affrontare impennate di prezzo che metterebbero fuori controllo i propri bilanci.[1]

Vi è un altro episodio accaduto negli ultimi mesi che è passato in sordina, ma che letto oggi forniva già i prodromi di un conflitto politico su scala internazionale. Il gasdotto di Yamal, una delle principali arterie che riforniscono la Germania di gas naturale russo attraverso la Bielorussia, ha iniziato a registrare un transito di gas inverso, ossia dalla Germania alla Polonia. I tedeschi hanno dunque esercitato pressioni sulla Polonia per non acquistare gas naturale dalla Russia per ragioni politiche, accontentandosi di quello tedesco (extra stock e acquistato in precedenza da Gazprom, quindi russo), ma con un prezzo assai più elevato. Alla luce di tutto questo, la Russia non ha mai smesso di far defluire gas dalla pipeline che passa sotto l’Ucraina, che può quindi consentire alla stessa nazione di godere dei proventi dati dai diritti di transito; questo è da sempre stato un chiaro segnale politico di apertura all’Unione Europea da parte dei russi che sì, hanno la necessità di recuperare il rapporto di interdipendenza dal gas naturale, ma con un Oriente in crescita di domanda, evidentemente non ritengono i cittadini europei diretti colpevoli di ciò che sta accadendo fino al punto da farli rimanere al freddo per farli esercitare una pressione politica contro i propri governanti, diversamente si può dire dell’occidente tollerante.

 

La guerra del gas. Arriva il soldato blu

Veniamo all’oggi. Arrivano i nostri. Gli USA verranno in soccorso del vecchio continente. A questo d’altronde si deve la visita del Presidente Biden in Europa e l’incontro con quelli che oggi sono a tutti gli effetti “amministratori delegati” delle nazioni facenti parte della Holding UE, come direbbero loro. Biden in pompa magna, confermato poi delle agenzie governative (dato che il sonnolento Joe si è lasciato andare anche ad altre dichiarazioni folli contraddette poi dagli organi ufficiali del suo governo), ha dichiarato che gli USA si impegneranno a fornire 15 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto, detto shale gas o gas di scisto, ottenuto tramite la tecnica del fracking[2] che oggi rappresenta il non plus ultra dell’insostenibilità ambientale, ma che pare che ciò non arrechi imbarazzo agli ex paladini dell’ambiente che fanno capo all’Unione Europea. D’altronde questo regalo viene dritto dritto dal paese che detiene l’organizzazione più inquinante al mondo: l’esercito statunitense, che oltre tutto si impegna su altri fronti oltre quello ambientale, per nuocere alla salute del genere umano.

Peccato che il gas fornito dagli USA, oltre a non essere a buon mercato rispetto quello russo e oltre gli attuali limiti logistici (il gas liquido che arriva con le navi metaniere necessita di essere trasformato di nuovo in gas prima di essere immesso nella rete e da questo punto di vista proprio in Italia abbiamo un grosso deficit di queste strutture), copre un fabbisogno esiguo. La quota promessa dagli Stati Uniti infatti coprirebbe solo il 10% del gas venduto in Europa da Gazprom lo scorso anno. È bene tenere a mente che l’Europa dipende dalla Russia per più di 1/3 della sua fornitura di gas di cui necessita per bisogni primari e industriali, mentre dipende dalla Russia per 1/4 della fornitura complessiva di petrolio. Cosa non da poco.

Questo tipo di politica rischia di trascinarci in un abisso che può portare a conseguenze molto più sanguinose di un conflitto armato come ce lo immaginiamo. Anzi, probabilmente, senza saperlo e influenzati da una idea di guerra che si riflette nell’immaginario collettivo nella narrazione dell’ultimo conflitto mondiale, la guerra contemporanea dove siamo già immersi non sarà quella dei tank e o della trincea, ma forse avrà i connotati di uno scontro dove saranno proprio queste politiche energetiche, che influenzano la catena produttiva e alimentare e quindi la vita totale delle persone, a dettare le fasi sanguinose del conflitto.

Così come il conflitto in Donbass, la guerra energetica non è certo iniziata oggi. Già il Sole24Ore in un articolo del 2019 parlava di come gli Stati Uniti si ponevano l’obbiettivo di vendere il 50% di gas di scisto in più all’Europa. Questo naturalmente, già all’epoca, è un fatto che di certo non è passato inosservato ai russi dato che il rapporto di vendita del gas naturale russo è da sempre basato sull’interdipendenza: significa che l’Europa ha sì bisogno di gas naturale, ma sicuramente come già detto, anche la Russia ha un’enorme necessità di piazzarlo considerato che una enorme fetta del suo PIL deriva proprio dalla vendita di materie prime come il gas.

Non sono mancati i depistaggi. Nel 2014, agli albori del conflitto in Donbass a seguito del colpo di stato di EuroMaidan in Ucraina, il Guardian denunciava, per voce del segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, un’opera di influenza mediatica e politica da parte di ONG ambientaliste, per screditare la produzione del gas di scisto da parte dell’UE (che secondo lui avrebbe garantito la completa autonomia energetica europea). Queste ONG, affermava Rasmussen, avrebbero fatto capo a Gazprom. Anche l’ex segretario di stato Hillary Clinton andava denunciando in un articolo apparso su The Hill l’influenza dei russi per screditare l’utilizzo di questo tipo di gas. D’altro lato, la Spagna ha riserve di gas di scisto che potrebbero soddisfare il fabbisogno per 40 anni, si parla di circa 1300 miliardi di metri cubi di gas. Non solo, anche la Francia ha riserve di gas di scisto note, che soddisferebbero il fabbisogno energetico dell’intera Unione Europea per 20 anni, si parla di 5100 miliardi di metri cubi di gas. Nel 2011 è stato stimato che nel sottosuolo polacco ci sarebbero disponibili riserve di gas di scisto pari a 5300 milioni di metri cubi, una stima più recente ha rivisto la quantità a 1900 miliardi di metri cubi che sono oltre 10 volte la fornitura annua di gas naturale ottenuto dalla Russia. Oggi, sia in Francia che in Spagna il fracking è vietato ufficialmente. Tuttavia nel futuro non sappiamo se anche in Europa una tale attività non potrebbe essere sdoganata, sotto la scusa dell’emergenza, così come oggi si sta facendo col carbone. Alla faccia delle transizioni ecologiche e delle sostenibilità ambientali.

Si badi bene. Qualora le ricerche scientifiche e tecnologiche rendessero il carbone e l’estrazione dello scisto sostenibili ecologicamente ed economicamente, sarebbe un guadagno per tutta l’umanità. Ma è lecito restare scettici per almeno due motivi. Il primo è di carattere tecnico: così come la fissione nucleare, sono progetti che possono richiedere anni, se non decenni, per arrivare a una tecnologia che sia poi industrialmente sfruttabile: il problema assillante da risolvere oggi è il transitorio verso fonti davvero rinnovabili. Il secondo di carattere politico: siamo fin troppo abituati a vedere la “scienza” piegata agli interessi dei monopoli e quindi siamo sospettosi rispetto a “miracolosi” ritrovati dell’ultimo momento.

Adesso possiamo dire che anche il folle progetto di “indipendenza” energetica per mezzo della cosiddetta energia green, cela sotto una maschera di moralismo ambientalista, l’obbiettivo di isolare la Russia, interrompere quel rapporto di interdipendenza e soddisfare i desiderata di quel capitalismo che non vede l’ora di espandersi in questo senso.

 

La guerra alla Germania e a tutta l’Europa

Che il progetto di energia verde fosse sostenibile, qualche dubbio, riguardo anche alla sua efficienza, era venuto alla Germania, traino produttivo dell’Unione Europea, che nel frattempo, tra un eolico e l’altro, iniziava nel 2011 la costruzione del NorthStream2. Portato a compimento qualche mese prima dell’operazione speciale russa in Ucraina, il NorthStream2 avrebbe fatto risparmiare alla Germania quanto più possibile i costi dovuti al diritto di transito, poiché la pipeline passa per via marina, escludendo così i paesi baltici, Polonia, Bielorussia e Ucraina. Inoltre, dettaglio geopolitico non trascurabile, questi paesi esclusi, tranne la Bielorussia, sono quelli più storicamente ostili ai russi e per questo anche i più fedeli alleati Nato. Grazie alla geografia del NorthStream2, una volta in funzione, i governi esclusi dal transito non avrebbero potuto esercitare nessuna pressione negoziale alla Russia che si sarebbe trovata in una condizione di controllo pressoché totale creando i presupposti per un rapporto di interdipendenza (e dunque di alleanza) tra due potenze, Germania e Russia, che gli Stati Uniti temono da sempre e la considerano l’unica alleanza in Europa in grado di mettere in dubbio l’egemonia USA. Le conseguenze dovute alle ostilità non sono state espresse solo in campo economico (con le famigerate sanzioni) e militare (con le armi inviate a Kiev), ma la guerra in Ucraina ha sancito ufficialmente la sospensione del progetto NorthStream2, con conseguenti sanzioni personali da parte degli Stati Uniti per l’amministratore delegato della società NorthStream2 che nel frattempo è stata liquidata provocando il licenziamento di tutti i lavoratori (140) assunti in precedenza.

Nell’ultimo periodo la produzione eolica tedesca è calata di 2,2GW a fronte dei 60GW installati, semplicemente è necessario un periodo meno ventoso per registrare un ammanco di energia prodotta non trascurabile. Stesso discorso vale per l’energia solare sempre tedesca che ha sì prodotto 10GW in più nelle scorse giornate, più lunghe, ma a fronte di una stagione più fredda delle precedenti, quindi più onerosa in termini di consumo. Questo lascia molti dubbi oggi riguardo alla reale efficienza energetica necessaria per pianificare un florido sviluppo economico che possa soddisfare il benessere di tutti i cittadini senza lasciare indietro nessuno. Evidentemente continueremo ad essere dipendenti da soggetti terzi ancora per un bel pezzo per una parte di fabbisogno non trascurabile. Questi soggetti, almeno in questo momento, sono gli Stati Uniti che continuano a stringere il cappio intorno al continente Europeo e intorno all’Italia, per mezzo dei burocrati UE che rispondono agli interessi USA senza alcuna riserva.

È evidente, a conti fatti, che l’enorme spinta propagandistica dell’energia green non era certo data dal nobile principio dell’ecosostenibilità, come avrebbe dovuto essere, quanto dai desiderata dell’egemone statunitense, volti ad indebolire una Europa a trazione tedesca interconnessa alla Russia e imporre un concetto energetico che non rende in nessun modo indipendente il vecchio continente, almeno entro i prossimi tre decenni, anzi lo rende suscettibile ad ipotetici shock. Al tempo stesso, gli Stati Uniti raggiungerebbero l’obbiettivo di isolare la Russia, poiché questa traeva vantaggio dalla vendita delle sue materie prime in un regime di interdipendenza con l’Europa e più nello specifico con la Germania, ma riguardo a questo punto la storia è ancora da scrivere.

 

Gas contro dati?

Washington e Bruxelles siglano una doppia intesa su energia e privacy. Ma cosa c’entra la crisi energetica con la privacy?

Nel documento siglato venerdì 25 marzo la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, annunciano un nuovo accordo per trasferire i dati personali tra le due sponde dell’Atlantico, “salvaguardando” la privacy degli utenti. L’intesa, definita “di principio”, al momento è una dichiarazione di intenti politica, punta a chiudere il contenzioso aperto nel 2020, quando per la seconda volta una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea aveva bocciato il sistema di scambio in vigore (Privacy shield), che limita lo strapotere dei Big Tech statunitensi (Google, Apple, Facebook e Amazon) sul mercato digitale europeo. Gli standard fissati da Bruxelles tali che non si riesce a rispettarli nel “trasportare” i dati raccolti in Europa negli USA.

Nell’accordo UE-USA si legge: «implementare riforme che rafforzino la protezione della privacy e delle libertà civili che siano compatibili con le attività di intelligence statunitensi».

Naturalmente la retorica atlantica batte il tasto sulla sicurezza e la facilità di interconnessione dei data base. Come ha sottolineato Biden, l’intesa sul trasferimento dei dati dei cittadini europei verso le aziende tecnologiche statunitensi potrebbe sbloccare un giro d’affari da 7mila miliardi di dollari.

Si tratta quindi di fare un grosso doppio regalo all’imperialismo statunitense. Si riceve il gas americano a prezzi che prima del contenzioso con la Russia erano del tutto fuori mercato e si cedono i nostri dati. Una doppia cessione di sovranità.
 

Conclusioni

L’occidente che sanziona la Russia riguarda 1/3 della popolazione mondiale, chi è davvero isolato?

Il disastro annunciato dell’economia Russa, profetizzato dal monopolio dell’informazione, tarda ancora ad arrivare, se arriverà. Intanto le quotazioni del rublo, sono già ritornate a quelle di febbraio.

Sul tema dell’acquisto del gas naturale dalla Russia sembra si vada al muro contro muro, sperando che il conflitto rimanga politico, negoziale e non militare.

Quello che è certo è che il conto più salato, come succede ormai dalla caduta del muro di Berlino, toccherà ai lavoratori e le lavoratrici, i disoccupati, le classi popolari, gli anziani, i soggetti fragili, nella fattispecie quelli italiani, che vivono ai margini di una società in decomposizione, che con i presupposti di oggi e una globalizzazione “ai titoli di coda” (come detto dall’AD di BlackRock, Larry Fink, gestore di uno dei fondi di investimento più influenti del mondo) vedranno abbassarsi notevolmente i loro standard di benessere qualitativo, con tutte le conseguenze in termini di salute mentale e fisica, per soddisfare un impero, quello statunitense, ormai in declino e proprio per questo per questo non meno pericoloso.

 

Vedi anche:

https://www.lariscossa.info/le-basi-economiche-dellaggressivita-degli-stati-uniti/

https://europa.today.it/economia/dati-gas-usa-ue-intesa.html

 

NOTE:

[1] Qui è necessario spiegare l’arcano che si cela dietro all’inglesismo. Questo termine indica che la vendita del bene viene effettuata a seguito di un pagamento immediato sulla base di un prezzo spot, contrariamente al mercato a termine dove c’è una differita tra la data di transazione e quella del saldo. Il mercato spot è la condizione fondamentale che rende possibile il trading professionale online del detto bene o materia prima soggetto a questa condizione di vendita, poiché è possibile tenere sotto controllo le fluttuazioni del prezzo in diretta, dando la possibilità agli utenti di “scommettere” sull’andamento, anche in base alle influenze esterne, come quelle geopolitiche. Il passaggio al regime spot è la principale conseguenza dell’aumento del costo del gas naturale che si è iniziato a veder salire un anno prima del conflitto tra Ucraina e Russia. Questo perché l’inverno 2021 è stato mediamente più freddo del solito mettendo “sotto pressione” l’offerta del momento; appare evidente che la scelta politica del passaggio da oil link a spot è stata una tragedia per i cittadini italiani e più in generale europei. È chiaro che è possibile anche lo scenario opposto, cioè un prezzo spot estremamente vantaggioso rispetto a quello di una fornitura a lungo termine, ma a che rischio e soprattutto sulla pelle di chi, se non dei cittadini meno abbienti?

[2] Il fracking è una tecnica altamente insostenibile per l’ambiente e molto pericolosa per i cittadini, nello specifico per via dell’inquinamento atmosferico che produce come scoria (principalmente vapori, metano incombusto, altamente dannoso per l’ozono, e fumi ricchi di benzene e toulene) e a causa della perforazione della roccia richiesta per l’estrazione del gas che genera dei movimenti tellurici di intensità non trascurabile,

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