AGRICOLTURA. IL VOLTO PEGGIORE DEL CAPITALISMO

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AGRICOLTURA. IL VOLTO PEGGIORE DEL CAPITALISMO

Che succede nelle nostre campagne? E che succede nei nostri supermercati?

I prodotti agricoli hanno una remunerazione sempre minore, mentre i prezzi al supermercato aumentano, oppure come specchietto per le allodole si riduce il peso delle confezioni.

Dove va a fine la differenza?

Ormai i nostri contadini sono allo stremo. Il prezzo di vendita non riesce a ripagare il costo vivo di produzione. I prezzi li fanno le grandi compagnie di distribuzione che si approvvigionano dai mercati internazionali, dove le merci costano meno.

Breve parentesi su questo. È esperienza comune che in certi paesi la nostra moneta è molto più forte, nel senso che lì i prezzi, convertiti in euro, sono molto più bassi. Questo per il turista è un vantaggio, è un vantaggio anche per il consumatore, ma è una trappola mortale per il lavoratore che invece ha i suoi costi in moneta forte, come l’euro. È vero che siamo consumatori 29 giorni al mese e turisti – i più fortunati – una settimana l’anno, ma il giorno più importante è quello del salario o dello stipendio. Se le cose costano la metà, ma il mio reddito si è ridotto a un quarto o è evaporato, non ci ho fatto un buon affare.

Chi ci guadagna è solo chi compra in moneta forte nei paesi a moneta debole e vende i beni nei paesi a moneta forte. Lì sta il guadagno.

Se andiamo a vedere le enormi estensioni di terreno agricolo acquistato dalle multinazionali nei paesi sottosviluppati, ci rendiamo conto che non è neanche il contadino marocchino che guadagna con le arance, ma la multinazionale che lo ha “espropriato”.

Quindi neanche se gli agricoltori nostrani facessero “cartello” potrebbero vincere questa guerra. Per di più ci si mette anche l’Unione Europea che – a parte certi sussidi a filiere elettorali ben determinate, soprattutto del Nord Europa – da un lato fa accordi a perdere, ammettendo l’ingresso di beni alimentari non salutari (enorme scandalo quello delle aflatossine nel grano importato o del latte o dell’olio di oliva), ma sussidia l’estirpazione dei terreni agricoli per convertirli in fotovoltaico.

D’altro lato, sono tante le attività agricole che sono state rovinate da prestiti europei promessi e non arrivati che hanno esposto tanti e tanti con investimenti che erano stati pretesi dall’UE e poi rimasti sul groppone, mentre i “furbi”, o meglio “gli amici”, nuotano impunemente nelle truffe. Né più né meno che la storia del 110%, dove si sa che ci sono stati all’inizio enormi speculazioni che si sono infilate nelle maglie della legislazione e poi ora migliaia di piccoli proprietari rimasti incagliati e disperati.

Ciò non può far dimenticare che in agricoltura ci siano, in particolare nel sud Italia, sacche di sfruttamento al di là dell’immaginabile, di truffe e frodi alimentari. Ma queste anzi sono proprio i nemici dei sani lavoratori che, spesso da generazioni, tengono in vita l’agricoltura italiana.

L’idea dei monopoli è chiara. L’agroalimentare europeo deve sparire, chi viveva di quel lavoro si accontenti di un sussidio ponte e poi chiuda.

“Anche l’ambiente ce lo chiede!”. “Le mucche emettono metano che è un pericoloso gas serra”. “I trattori fanno a gasolio e invece dobbiamo convertirli in mezzi elettrici”. Non basta che tante fattorie ormai siano più che autosufficienti dal punto di vista energetico, sfruttando gli scarti della loro produzione, devono proprio sparire e fare spazio al futuro, ossia la grande multinazionale che, come ha fatto in Marocco o in Argentina, acquisterà tutto il terreno a prezzo di saldo.

Ma a chi non è agricoltore tutto questo cosa interessa? “Se alla fine i prezzi che spunta la grande distribuzione sono minori di quelli della bottega sotto casa, perché dovrei andare lì?” “Chi non è tassista perché deve sostenere la lotta di quei lavoratori? Se arriva una compagnia che mi fa pagare meno, ben venga!”

Perché la concorrenza secondo la visione dell’Unione Europea (direttiva Bolkestein) è una trappola per i cittadini?

Si chiama dumping. Si abbassano momentaneamente i prezzi, grazie alla forza economica senza pari delle multinazionali, si strangolano i concorrenti e poi si ha un mercato oligopolistico dove i prezzi li fanno loro, questa volta davvero senza concorrenza. Lo vediamo coi taxi, quando quelli liberi a volte possono costare molto di più di quelli ordinari, coi voli aerei nei momenti di superaffollamento, ecc. Lo vediamo drammaticamente oggi coi prezzi agroalimentari.

Ecco perché la resistenza deve cominciare dai nostri territori. Con fatica, ma con determinazione. Se il bottegaio sotto casa chiude, non pagherà più le tasse. Ci sarà una multinazionale che le tasse le pagherà altrove o proprio non le pagherà.

L’unione di tutte le categorie che vengono schiacciate dalle multinazionali e dall’Unione Europea ad esse asservite oggi è possibile. Si stanno svegliano tutti i popoli europei. Le visioni politiche sono spesso incerte, ma quello che conta è che si individui con precisione il nemico principale.

E il nemico principale è l’Unione Europea, le sue direttive forti coi deboli e deboli con i forti, la sua falsa “modernità” del falso “green”, il suo falso “pacifismo” che manda le armi ai neonazisti ucraini e si volta dall’altro lato sul genocidio sionista, la sua falsa “democrazia” dei non eletti trincerati dietro burocrazie abnormi e ottuse.

In Italia noi comunisti abbiamo uno strumento prezioso per essere protagonisti di queste lotte, si chiama Democrazia Sovrana Popolare, un movimento in cui possiamo essere parte attiva e dirigente insieme agli altri.

La raccolta firme che parte in questi giorni nelle piazze ci può mettere in condizione di combattere una battaglia anche dentro quel parlamento europeo dove i precedenti equilibri blindati potrebbero cominciare a sgretolarsi.

 

Con il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con la quale spiana tutte le muraglie cinesi, con la quale costringe alla capitolazione la più tenace xenofobia dei barbari. Costringe tutte le nazioni ad adottare il sistema di produzione della borghesia, se non vogliono andare in rovina, le costringe ad introdurre in casa loro la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una parola: essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza.

I rapporti borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, la società borghese moderna che ha creato per incanto mezzi di produzione e di scambio così potenti, rassomiglia al mago che non riesce più a dominare le potenze degli inferi da lui evocate.

Nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta non solo una parte dei prodotti ottenuti, ma addirittura gran parte delle forze produttive già create. Nelle crisi scoppia una epidemia sociale che in tutte le epoche precedenti sarebbe apparsa un assurdo: l’epidemia della sovrapproduzione. La società si trova all’improvviso ricondotta a uno stato di momentanea barbarie; sembra che una carestia, una guerra generale di sterminio le abbiano tagliato tutti i mezzi di sussistenza; l’industria, il commercio sembrano distrutti. E perché? Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive che sono a sua disposizione non servono più a promuovere la civiltà borghese e i rapporti borghesi di proprietà; anzi, sono divenute troppo potenti per quei rapporti e ne vengono ostacolate, e appena superano questo ostacolo mettono in disordine tutta la società borghese, mettono in pericolo l’esistenza della proprietà borghese. I rapporti borghesi sono divenuti troppo angusti per poter contenere la ricchezza da essi stessi prodotta.

Con quale mezzo la borghesia supera le crisi? Da un lato, con la distruzione coatta di una massa di forze produttive; dall’altro, con la conquista di nuovi mercati e con lo sfruttamento più intenso dei vecchi. Dunque, con quali mezzi? Mediante la preparazione di crisi più generali e più violente e la diminuzione dei mezzi per prevenire le crisi stesse.

Quelli che fino a questo momento erano i piccoli ordini medi, cioè i piccoli industriali, i piccoli commercianti e coloro che vivevano di piccole rendite, gli artigiani e i contadini, tutte queste classi precipitano nel proletariato, in parte per il fatto che il loro piccolo capitale non è sufficiente per l’esercizio della grande industria e soccombe nella concorrenza con i capitalisti più forti, in parte per il fatto che la loro abilità viene svalutata da nuovi sistemi di produzione. Così il proletariato si recluta in tutte le classi della popolazione.

(Marx, Engels, Il Manifesto del Partito Comunista, Londra alla fine di febbraio del 1848)

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