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Pettegolocrazia

Il coccodrillo rosso

 

Vorrei continuare sulla falsa riga del mio precedente articolo (https://www.lariscossa.info/migliore-dei-guinzagli-possibili/), ribadendo la più totale e vergognosa impotenza del parlamento italiano. Solo i pochi che hanno un reale approccio alla realtà hanno realmente capito quanto inutile sia un gruppo di deputati e senatori che viene prima mutilato nelle iniziative sociali ed economiche, poi successivamente nelle espressioni ideologiche (dopato da progressismo, moderatismo ed ingerenze esterne) e infine viene mutilato nei numeri, rendendolo a tutti gli effetti un elitario organo di esecuzione di direttive economiche. In aggiunta, se mutilato nei numeri, notiamo così che un ricambio ideologico o di forze politiche che incarnano necessità, battaglie e disagi della società contemporanea è nella migliore delle ipotesi estremamente arduo, ma nella realtà dei fatti quasi impossibile. Insomma, tutta questa analisi negativa finora esposta va sicuramente a descrivere gli ultimi 15 anni della politica nostrana, in particolare gli ultimi due dove per dirla come la direbbe un autore che con noi ha veramente poco da spartire, Ezra Pound, ”I politicanti sono i camerieri dei banchieri”.

Ma pur di evitare ogni accusa di rossobrunismo, esplicherò maggiormente il nocciolo della questione e farò capire perché quando parliamo di democrazia dell’eurozona, parliamo di effimere battaglie mai realmente incisive sull’andamento del tessuto sociale; in poche parole, se ci sono cambi di ordine o di equilibri, non sono mai a favore dei lavoratori e hanno sempre una vera e propria matrice borghese. Mai verrà torto un capello ai grandi detentori di capitali e i loro servi. Ma procediamo per gradi.

Impossibile non introdurre la questione del “Deficit democratico”. Che cosa si intende con questo termine, politicamente parlando? Indichiamo con questo termine una situazione (ma forse anche una percezione quanto un sentimento) in cui le istituzioni e le loro procedure decisionali possono risentire di una mancanza di democrazia e di assunzione di responsabilità. Il deficit democratico appartiene sicuramente ad uno di quei concetti molto tecnici della scienza politica; ma indubbiamente tra i tanti virtuosismi che la compongono, rimane quello più pragmatico, realistico e nel nostro caso rappresentativo. La democrazia ha indubbiamente fallito e mostrato le sue lacune più volte, ma un fenomeno come il deficit democratico ha visto uno sviluppo molto più recente e per ovvie ragioni politiche e di storia recente. In modo più schietto, forse il deficit democratico è sempre esistito, perché la democrazia non è mai riuscita a rappresentare tutti; ma se le istituzioni europee non hanno nulla a cuore se non il mercato e la moneta unica e le politiche dell’Unione hanno massacrato le istituzioni nazionali e lo stato sociale, non c’è da stupirsi se il deficit democratico è una situazione tristemente viva nella politica odierna.

Continuando a comporre i pezzi di questo puzzle politico, oltre al deficit democratico altre cose hanno influenza nello svuotamento della politica nazionale. Tra queste passa sicuramente la personalizzazione dei partiti e delle politiche dei partiti. Ma perché risulterebbe così negativa la personalizzazione dei partiti? In primis, perché accantonando l’elemento ideologico, i confronti, gli attacchi, gli incontri e le alleanze sono di conseguenza sul piano personale esclusivamente, o perlomeno in primo piano. Pensiamo ai partiti più in voga della seconda repubblica e/o attualmente in parlamento: Berlusconi con Forza Italia (e su questo sicuramente un precursore), Emma Bonino con +Europa, Matteo Salvini con la Lega (dal 2017 addirittura “Lega per Salvini Premier”), il Partito Democratico tra Letta e Renzi fino a passare per i vergognosi centristi Calenda con Azione e Renzi con Italia Viva e concludendo con Giorgia Meloni e il suo Fratelli d’Italia. Intendiamoci, anche in passato la leadership vedeva un uomo singolo rappresentare un partito, ma la componente ideologica era molto più corposa e i ricambi di personale nei partiti avvenivano diversamente, e raramente, dei leader di partito ne abbandonavano uno per formarne un altro come un membro di un gruppo musicale abbandona i compagni per iniziare una carriera solista. Certamente il PCI era strettamente legato a Berlinguer in maniera più longeva rispetta che a Natta, come il Movimento Sociale Italiano era più di Almirante che di Fini, ma c’è una differenza abissale tra impugnare la leadership di un partito di massa e accentuare attenzioni elettorali verso una persona che ha la possibilità di passare da un Partito ad un altro. Questo ultima frase reincarna i giochini partitici delle ultime elezioni come anche la formazione del Governo Draghi. Abbiamo visto partiti ed esponenti politici farsi letteralmente i calcoli unicamente su percentuali e posizioni prima personali e poi (forse) partitiche sull’influenza nelle recenti legislature.

Chi scrive ha sempre detestato la frase fatta in cui “I politici sono tutti ladri e si litigano le poltrone”; ma più studiavo e davo un senso alla mia conoscenza e tutto questo accadeva in modo inevitabile. Qualsiasi cavalcatore di dissenso veniva placato da un cospicuo stipendio, qualsiasi politicante “di sinistra” diventava sempre più moderato e borghese quando ingerenze esterne arrivavano a bussare alla porta o il suo seggio era a rischio.

Ma arrivati a questo punto chiariamolo una volta per tutte: perché la personalizzazione della politica è un male sottovalutato fin troppo nella politica Italiana, occidentale o europea? La risposta prettamente logica. Se la ragione delle mie scelte politiche è legata ad un’ideologia o un concetto politico, quando questi verranno cambiati come linea politica, il mio dissenso si esprimerà verso il partito o l’autore del cambiamento, dato che avrà tradito o in parte cambiato radicalmente l’andamento stabilito in precedenza. Ma se la mia scelta politica è riconducibile verso una base personale, quando questo individuo cambierà partito, ideologia, alleanza o schieramento, la mia scelta non cambierà o si allontanerà dall’individuo in questione. Questo spiega quello a cui abbiamo assistito da molti anni e in più elezioni: provinciali, comunali, nazionali o anche interne a partiti lontani da noi comunisti. Qui si spiega anche come alcuni voltagabbana della politica italiana non abbiano realmente perso molti componenti del proprio elettorato: spostando loro stessi da un partito ad un altro, hanno spostato automaticamente parti dell’elettorato, tecnici, opinionisti ed esperti dell’informazione. Carlo Calenda, dall’alto della sua tracotanza, avarizia, cupidigia e ricerca di status politico e sociale, simboleggia questo passaggio senza nulla invidiare ovviamente a maestri di questa arte come Emma Bonino e Matteo Renzi.

Ma la personalizzazione della politica non colpisce la politica solo nelle ideologie e nei numeri. Ovviamente, se un parlamento è svuotato in ideologie ed iniziative sovrane su economia e società, come può occupare il suo tempo, le sue azioni e le sue risorse? C’è un termine in inglese che può ovviamente chiarire la questione. “Justify the wage”, ovvero, “giustificare lo stipendio”; ed è ciò che vediamo tutti i giorni. Se la classe politica non può (e a questo punto non vuole) difendere diritti sociali e welfare state, dovrà comunque dare un senso alle sue effimere battaglie.

E qui assistiamo al culmine della personalizzazione della politica: il pettegolezzo. Lo so sembra, ilare e poco reale o forse troppo vago. Ma abbiamo centinaia di esempi di politica di pettegolezzi: di data recente in particolare. Mentre l’Italia annega costantemente tra disoccupazione e povertà assoluta vediamo accesissimi dibattiti tra la Meloni e la Boldrini sull’utilizzo dei termini “la presidente” o “il presidente”; mentre la disoccupazione giovanile divora le vite di una buona parte dell’Italia anche l’Onorevole Zan afferma che “la presidente Meloni evidentemente ritiene che l’autorevolezza sia esclusivamente maschile”. E come non citare l’attenzione giornalistica riposta a Silvio Berlusconi e Ignazio La Russa mentre si mandano a quel paese o mentre il cavaliere appunta su un foglio degli aggettivi riguardanti il nuovo primo ministro. Per poi passare alla fine verso Calenda che si lamenta verso le dichiarazioni delle Meloni sulla sua italianità e cristianità. Tutto diventa uno squallido attacco personale da social media dove le dicerie la fanno da padrone.

Svuotata la dialettica ideologica e democratica, non c’è più nulla di cui parlare; la democrazia è ora “Pettegolocrazia”. E mentre la politica diventa diceria, il capitalismo liberale diventa l’unica costante da portare a termine; senza se e senza ma. Una politica ferita mortalmente alla quale vengono lasciate solo le briciole e la parodia di un confronto valido anche tra le più opposte fazioni.

Se nel 1984 Craxi se la prendeva con Berlinguer al congresso del partito socialista, ora abbiamo assistito in pieno era pandemica a Salvini che confronta Draghi per spostare il totalitario coprifuoco dalle ventitré a mezzanotte (ricevendo inoltre una bocciatura). Da un tempo in cui i contenuti infiammavano i politici, ad un’era in cui ogni sillaba è pesata e calibrata per essere giudicata su internet.

Perché il problema risiede proprio nel fatto in cui la personalizzazione della politica, la mancanza di ideologie e la pettegolocrazia non colpisce solo la politica in sé, ma anche tutto il clero dell’informazione. Come politici mediocri e servili hanno sempre più influenza nelle istituzioni e nella classe politica, così si adatta il giornalismo, l’informazione, l’opinione pubblica, l’editoria.

Lo abbiamo visto in piena pandemia come durante il referendum del 2016: il giornalismo attuale si schiera verso determinate forze a noi ben chiare. Ma abbiamo anche visto vergognosi individui ottenere un’attenzione esorbitante, mentre si sono rivelati giudici improvvisati privi di senso critico e inclini a spendere parole solo su tematiche terziarie e ricevere attenzioni mediatiche, contratti editoriali e validità da opinionisti avendo svolto perfettamente il loro ruolo da servi classisti di una politica vuota tipica del suntuosa mondo neoliberale; che criticano il liberal conservatorismo di destra e osannano indistintamente i miti borghesi civili del liberal progressismo della finta sinistra . Hanno capacità di argomentare politicamente tanto quanto chi scrive articoli per Vanity fair o Modella 2000. Tutti punti di riferimento saldi per un elettorato che vuole pettegolezzi e gossip e finte battaglie sul quale basare il proprio voto. Sfortunatamente i grandi opinionisti sono ormai anche influencer e artisti di pessima qualità ma di cospicui guadagni che dall’alto del loro discutibilissimo dissenso e della loro penosa preparazione politica rilasciano interviste impregnate di qualunquismo e progressismo becero: Elodie è la nuova Pierre-Joseph Proudhon, Francesca Michielin la nuova Antonio Tarsia in Curia, Alessandro Gassman il nuovo Mazzini e Chiara Ferragni il nuovo Federico Caffè.   

Per concludere, Comunisti e Socialisti hanno sicuramente visto personalizzazioni delle dottrine: siamo infatti un partito marxista-leninista; e da studenti abbiamo visto e conosciuto “trozkismo”, “maoismo”, “stalinismo” e “castrismo”, ma le rivisitazione delle dottrine non hanno mai toccato punti così bassi. Il socialismo (quello vero) e il comunismo si sono sempre battuti per il lavoro come diritto universale, per i poveri lavoratori sfruttati dai detentori di capitali e contro l’incontrollabilità dell’economia capitalista a svantaggio dei diritti sociali.

Mentre tutti rendono primario quello che è secondario e secondario quello che è primario in una dialettica politica inesistente e affine solo al mercato, dobbiamo avere il coraggio di guardare oltre questi effimeri confronti anche se verremo scherniti per questo e riportare l’attenzione sul reale conflitto che non invecchia mai: lavoratori contro capitale.

 

 

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