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La memoria dimenticata

di Luca Felletti Spadazzi

Cosa si intende oggi per “memoria”? Il sovvertimento della storia, così da trasformare il carnefice in vittima, serve alla classe dominante per “lavare” i suoi membri più o meno illustri dalle loro colpe. Trasformandoli da sfruttatori avidi e sanguinari in vittime “dell’odio dettato da vendetta cieca”.

 

Qualcuno potrebbe ricordarci che ci fu Norimberga: processi che sono serviti per la superficie storica permettendo così a tutto il “resto” di dileguarsi facendo persino affidamento sulle “nuove” autorità per poter confondere le acque, trovare nuove identità e una nuova vita con “l’abito” di agnelli mansueti. All’appello mancano migliaia di nomi. In Italia si ricordano persone come il generale Graziani e Roatta, dalle mani insanguinate e richiesti dalle autorità di paesi del continente africano ed ex Jugoslavia per crimini di guerra, tuttavia, mai consegnati, con la promessa, mai mantenuta, di riservargli il trattamento adeguato e corrispettivo alle loro colpe. Ma la storia ci dice che, alla caduta del fascismo il 25 luglio 1943, il trattamento riservato alle popolazioni dell’est o “allogene” (termine con il quale si faceva riferimento alle popolazioni giuliano dalmate, slovene, croate, montenegrine e slave in generale) non cambi per nulla: continuarono stragi e deportazioni da parte dell’esercito italiano e delle autorità di polizia fino al momento dell’armistizio. La liberazione della maggior parte degli internati dai campi di concentramento avvenne solo dopo l’8 settembre 1943 quando si sciolse l’esercito italiano ed il contingente di sorveglianza ai campi se ne andò.

 

Perché le autorità italiane continuarono a trattenere nei campi donne vecchi e bambini, anche dopo la caduta del fascismo? Si possono dare due risposte. La prima: il profondo razzismo “anti slavo” che permeava tutto l’apparato statale e che la caduta di Mussolini non aveva modificato. La seconda: i provvedimenti di internamento, che perdurarono anche nel periodo badogliano, sottendevano sempre alla sostituzione totale della popolazione, quella “pulizia etnica” ispiratrice della politica anche post-fascista sul confine orientale per cui intanto, in attesa chissà di poter occupare ancora nel dopoguerra quelle terre (magari quale premio del cambio di fronte) e realizzare magari il vecchio progetto di sostituzione di popolazione, era meglio che donne, vecchi e bambini sloveni e croati rimanessero nei campi.

 

Ed eccoci al dunque: l’Italia è dimentica di una parte di storia impressa nei documenti ufficiali di stato e nella memoria di chi quella storia l’ha subita. Siamo soliti guardare alla Germania come l’unica nazione che fu capace di progettare e mettere in atto uno sterminio di massa attraverso un sistema, una macchina organizzativa, fredda e spietata che si sarebbe fermata solo a “lavoro completato” se non fosse stata bloccata dall’Unione Sovietica e l’Armata Rossa.

Ebbene è nostro dovere ricordare che non erano da soli: l’Italia, il suo esercito, polizia e carabinieri si impegnarono quanto più possibile per l’eliminazione della popolazione slovena croata giuliano dalmata e del confine orientale. Tutto questo attraverso l’orami collaudato metodo del campo di concentramento con un’unica differenza: mentre i rastrellamenti, le esecuzioni sommarie, le devastazioni di città e villaggi non avevano nulla da invidiare alle truppe germaniche, le morti nei campi italiani, più di cinquanta anche sullo stesso territorio nazionale, per non parlare delle isole dalmate di Arbe/Rab e le città come Lubiana rese come veri campi-urbani cinti da recinzioni e sorvegliate da guardia armata, avvenivano per fame, freddo e malattia.

Morirono uomini, donne, vecchi e bambini, a migliaia, ma dopo la fine del secondo conflitto mondiale del 1945 questa parte di storia è stata completamente e volutamente dimenticata e fatta dimenticare attraverso la mistificazione e demonizzazione delle popolazioni facenti parte del “blocco socialista”.

 

Grazie al lavoro sapiente e tenace di un gruppo di storici friulani appartenenti al gruppo denominato “Resistenza storica” possiamo, tuttavia, accedere a questo luogo della memoria nazionale e colmare una mancanza grave e pericolosa, soprattutto oggi 10 febbraio, data segnata sul calendario istituzionale per perseguire quella tradizione antistorica e revisionista che vuole, anche contro le prove concrete, dipingere un quadro falso e mistificante oltre che diffamatorio.

Leggere questi documenti e testimonianze dirette, sapientemente presentati e inseriti nella storia dagli storici attraverso le loro opere, è necessario e formativo per comprendere e sentire l’urgenza nel dover far luce sui fatti che ci testimoniano, ancora una volta, come il capitale e l’imperialismo accomuni i suoi protagonisti e alfieri dimostrandosi come primo colpevole di così tanti crimini ed orrori ieri, oggi e domani.

 

Ha dunque senso celebrare “la memoria” se questa subisce lo “schiaffo” della dimenticanza, più o meno parziale, che, addirittura, permette un “ricordo” che più che scandalo dovrebbe suscitare un forte senso di colpa, al punto tale da spingere l’Italia a porre delle doverose quanto tardive scuse?

 

Allo studio, al lavoro, alla lotta!

 

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