SUL RAPPORTO TRA MARXISMO E PSICOLOGIA

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SUL RAPPORTO TRA MARXISMO E PSICOLOGIA

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SUL RAPPORTO TRA MARXISMO E PSICOLOGIA

di Fabio Rontini

 

Il saggio di Roberto Tritone che abbiamo pubblicato lo scorso 3 ottobre, come interessante e meritevole contributo alla discussione, risulta insolito nel panorama degli articoli fin qui proposti dal giornale, e può sembrare distante dai principi e dalle finalità che un’analisi sociale ispirata al Marxismo-Leninismo si dovrebbe porre.

Per questo motivo sembra opportuno integrarlo e commentarlo adeguatamente.

Nell’articolo, per interpretare alcune caratteristiche dello scontro in atto tra Occidente e Federazione Russa, vengono utilizzate alcune variabili psicologiche individuali, segnatamente il Quoziente Intellettivo e la tipologia caratteriale (introversione/estroversione), nella loro distribuzione all’interno di segmenti di popolazione con vari differenziali di potere.

Solitamente e tradizionalmente, in ambito marxista, nello svolgere questo tipo di analisi storiografiche, o inerenti all’attualità, si preferisce, e si considera più corretto, prendere in considerazione altri tipi di variabili, più “materiali”: l’economia, in particolar modo, il grado di sviluppo capitalistico, le dinamiche del conflitto tra classi sociali, al limite la conformazione del territorio, oppure, semmai, le ideologie politiche che mobilitano le masse, intese sempre come fattori sovrastrutturali rispecchianti quelli economici sottostanti.

Eppure, si può dimostrare che questa repulsione verso la psicologia da parte dei marxisti-leninisti trova la propria ragion d’essere in alcune vicissitudini storiche contingenti, legate all’asprissima lotta ideologica che ha avuto luogo nel corso del Novecento, piuttosto che in una corretta considerazione della teoria di Marx e degli obiettivi di emancipazione sociale che con essa si vogliono conseguire.

 

I. LA DIALETTICA DELLA NATURA: IL CAPITOLO MANCANTE

 

In Dialettica della Natura F. Engels delinea i tratti essenziali del sistema filosofico alla base del Marxismo: non solo i principi fondamentali della filosofia e del divenire storico, ma anche, ed in primo luogo, le leggi della natura materiale, possono essere compresi come una successione di figure, ciascuna delle quali discende necessariamente dalla precedente, seguendo un limitato numero di leggi dialettiche, ovvero derivanti dallo scontro dinamico, ed infine dalla sintesi, di principi opposti. Così, dalle leggi fondamentali della fisica elementare e dell’elettromagnetismo (attrazione e repulsione, carica positiva e carica negativa), scaturiscono le proprietà fisico-chimiche dei materiali; da queste ultime derivano le proprietà e i comportamenti dei composti del carbonio (chimica organica); poi, da queste, le caratteristiche delle cellule, degli esseri viventi unicellulari e pluricellulari, degli animali invertebrati, poi vertebrati e così via.

Nell’ultimo capitolo, infine, si tracciano le dinamiche di sviluppo delle comunità di mammiferi antropoidi, nelle quali le sempre maggiori capacità manipolative e trasformative degli oggetti materiali, il lavoro, sono alla base di particolari forme di aggregazione sociale e di una progressiva e sempre più profonda umanizzazione del comportamento.

Tuttavia, nel seguire la successione degli argomenti trattati nei vari capitoli dell’opera, si può notare un salto argomentativo, tra gli ultimi due temi che vengono affrontati: la fisiologia degli animali vertebrati (nei quali, si dice comunque, la disposizione centralizzata del sistema nervoso permette l’insorgere dell’autocoscienza), e l’organizzazione delle società umane. Una sensibilità contemporanea (post-novecentesca) non può che essere portata a pensare che prima di poter dare conto dell’organizzazione sociale, la fisiologia del sistema nervoso dovrebbe essere utilizzata per spiegare le insorgenti capacità simboliche, comunicative, affettive e cognitive della mente umana.

Si è trattato allora forse di una scelta deliberata? Il buon Engels ha forse voluto suggerire che la fisiologia del corpo umano, con i suoi bisogni di nutrimento, protezione e riproduzione, e le modalità con cui si provvede a queste esigenze lavorando in società, bastano e avanzano per fornire una spiegazione esauriente della dinamica storica? Niente affatto!

In linea generale fu lo stesso Engels a chiarire che, nel sistema teorico messo a punto da lui e da Marx, il fattore economico deve essere considerato un fattore necessario, ed in ultima analisi decisivo, ma non certo sufficiente ed esaustivo, nella spiegazione del cambiamento sociale.

Nello specifico dell’opera di cui stiamo discutendo si può agevolmente dimostrare che l’assenza della psicologia (ed in generale delle altre scienze sociali oltre l’economia politica) dalla Dialettica della Natura (così come da altre opere di Engels come L’anti-Duhring) non può essere considerata una scelta deliberata, per due motivi risolutivi:

  • L’opera così come la conosciamo oggi è frutto di un assemblaggio di manoscritti di Engels prodotti in anni differenti, di cui l’unico ad essere stato stampato all’epoca in cui fu scritto è quello che costituisce l’ultimo capitolo. La prima pubblicazione dell’opera, nella forma attuale, data nel 1925 in Unione Sovietica e, possiamo supporre (vista la temperie e lo scontro ideologico di quel periodo), essa fu edita in quella forma ed in quel momento, per accreditare un’interpretazione del marxismo più meccanicistica possibile.
  • All’epoca della stesura dei manoscritti originali la psicologia scientifica non esisteva. Essa nasce con i primi pionieristici esperimenti del fisiologo tedesco Wilhelm Wundt, nel 1870, ma comincia ad acquisire uno statuto di disciplina scientifica autonoma soltanto agli inizi del Novecento. Di conseguenza, dal momento che Engels non ne avrebbe potuto parlare comunque, per banali motivi di cronologia storica, non è possibile affermare che quella di escludere la psicologia dalle sue opere sia stata una scelta deliberata.

 

II. MATERIALISMO ED EMPIRIOCRITICISMO: L’ENDORSEMENT DI LENIN VERSO LA RIFLESSOLOGIA PAVLOVIANA

 

Non appena è stato possibile i più illustri rivoluzionari e teorici marxisti hanno cominciato a parlare, direttamente o indirettamente, di psicologia, a dimostrazione del fatto che per chiunque sia realmente interessato ad un cambiamento effettivo delle dinamiche sociali, si tratta di un argomento ineludibile. È il caso, ad esempio, di Vladimir Lenin, che con Materialismo ed empiriocriticismo, scrisse quello che può essere considerato un notevolissimo trattato allo stesso tempo di filosofia, di politica e di psicologia scientifica teorica.

Senza entrare nel dettaglio delle sue giuste polemiche contro Bogdanov ed i suoi mentori ideologici, rileviamo che Lenin si appoggiava, nei suoi ragionamenti, ad un modello scientifico descrittivo del funzionamento del cervello che è quello della scuola psicologica russa e poi sovietica denominata “Riflessologia”, anche detta “Associazionista”. Quest’ultima si serviva, appunto, delle associazioni tra gli stimoli sensoriali e le risposte motorie da essi evocate (i “riflessi”, in quanto lo stimolo si riflette nella risposta) per spiegare la formazione del comportamento, umano e animale.

Il più celebre ed illustre esponente di tale scuola fu Ivan Pavlov (1849 – 1936), noto anche ai non esperti per il suo esperimento con il cane che viene indotto a salivare e a cercare il cibo in risposta al suono di un campanello, lo scopritore del “Riflesso Condizionato” (cioè trasferito da uno stimolo iniziale naturale ad uno artificiale concomitante), concetto con il quale, in quel determinato momento storico, e non solo in Russia, si ritenne di poter interpretare l’intero spettro del comportamento umano. Oggi sappiamo che non è così, che i riflessi condizionati sono certamente dei tasselli fondamentali dell’apprendimento, ma che non sono in grado di render conto da soli della complessità della vita psichica, in particolar modo in quel sofisticatissimo ambito del comportamento umano che è il linguaggio.

Ad ogni modo, certamente, Lenin, nel suo saggio, si avvale di quella che per l’epoca era, senza ombra di dubbio, la teoria psicologica più avanzata ed affascinante in circolazione; era russa, e consentiva a Lenin di conseguire alcuni obiettivi teorici fondamentali. Innanzitutto, il concetto scientifico di “Riflesso”, con l’ausilio di una assonanza semantica veramente espressiva, permetteva di sostenere la teoria filosofica del “Rispecchiamento”: la realtà materiale oggettiva si rispecchia, o si riflette, fedelmente nella mente soggettiva. La materia colpisce e stimola gli organi sensoriali, dove provoca una eccitazione nervosa che viene trasportata fino al cervello, dove si forma una immagine speculare della realtà esterna. Dunque, se la materia si rispecchia nella mente, essa esiste prima, indipendentemente dalla coscienza che si ha di essa, ed è causa, e non effetto, della coscienza stessa.

Secondariamente, la materia è già un elemento sufficiente a spiegare l’esistenza della coscienza stessa, non è necessario postulare l’esistenza di un’anima immortale, o di un altro principio metafisico trascendente.

Il “Materialismo” di Lenin sta tutto qui, ed esso non implica che ogni teoria psicologica valida debba avere per forza un riferimento diretto ed esplicito alla propria base organica nel sistema nervoso. La Riflessologia non è la migliore teoria psicologica possibile, tantomeno l’unica accettabile. Era solo la migliore in quel dato momento storico.

 

III. LA CATASTROFE: LA MESSA AL BANDO PER LEGGE DELLA
SCUOLA STORICO-CULTURALE SOVIETICA

 

Con la risoluzione del CC del PCUS Sulle distorsioni pedologiche nel sistema dei commissariati del popolo per l’educazione, del 4 luglio 1936, le opere del grande psicologo russo Lev Semënovič Vygotskij (1896 – 1934), scomparso per malattia due anni prima, vennero censurate. La teoria da lui fondata, denominata “Scuola Storico-Culturale”, e alla quale aderivano altri illustri studiosi come A.N. Leont’ev e A.R. Lurija, venne bandita, l’insegnamento delle sue teorie venne proibita. La motivazione addotta nella risoluzione fu che la teoria pedologica (la branca della teoria che si occupava della psicologia infantile e dell’educazione) prescriveva la somministrazione di test psicologici-attitudinali e suggeriva l’adozione di percorsi educativi differenziati in base alle predisposizioni del bambino. Di conseguenza, data la crescente influenza di questa teoria sui commissari scolastici, si venivano a creare delle distorsioni nel sistema educativo sovietico rigidamente egualitario, distorsioni che venivano attribuite al nefasto influsso della psicologia occidentale borghese sul sistema educativo sovietico, per tramite delle teorie di Vygotskij, che a quelle occidentali si ispiravano.

Grande ammiratore di Lenin e fervente marxista, Vygotskij, unanimemente considerato, oggi, come uno dei massimi psicologi del Novecento, denominato addirittura “il Mozart della psicologia”, è celebre, viceversa, per le sue serrate critiche alle teorie psicologiche occidentali, accusate di “Robinsonismo” – ipotizzare un impossibile sviluppo cognitivo dell’infante staccandolo dal contesto storico-culturale (da qui il nome della sua scuola) in cui si trova a crescere – di “Idealismo” – ovvero porre come fondante e precedente, in modo del tutto implausibile, il “Principio del piacere” (fantasie, desideri ecc.) rispetto al “Principio di realtà” (la percezione del mondo esterno) -, oppure ipotizzare che il linguaggio interiore introspettivo si sviluppi prima di quello esteriore comunicativo, ecc.

Nondimeno Vygotskij fu anche un convinto assertore della autonomia scientifica della psicologia, distinta quindi dalla neurologia e dalla fisiologia così come da altre discipline umanistiche come la sociologia e la filosofia. Di conseguenza fu anche un critico delle teorie psicologiche che limitavano il proprio metodo alla registrazione dei soli dati comportamentali visibili (come la Riflessologia):

“Ignorando il problema della coscienza, la psicologia si preclude da sola l’accesso allo studio dei problemi complessi del comportamento dell’uomo. Essa è costretta a limitarsi a chiarire i nessi più elementari dell’essere vivente con il mondo”.

“La negazione della coscienza e la tendenza a costruire un sistema psicologico senza questo concetto […] porta al risultato che la metodologia viene privata dei mezzi indispensabili per lo studio delle reazioni non palesi, non visibili a occhio nudo, come i movimenti interiori, il linguaggio interiore ecc”.

“Si elimina ogni confine di principio tra il comportamento dell’animale e quello dell’uomo. La biologia divora la sociologia, la fisiologia divora la psicologia. Il comportamento dell’uomo si studia nella misura in cui è il comportamento di un mammifero. Ciò che di totalmente nuovo la coscienza e la psiche introducono nel comportamento umano viene ignorato”.

Non che la scuola Storico-culturale si disinteressasse totalmente dell’aspetto neurologico dei processi psichici, tutt’altro. La mappatura funzionale della corteccia cerebrale venne messa a punto, quasi per intero, in Unione Sovietica, dal neurofisiologo Lurija (1902 – 1977), seguace di Vygotskij, durante il suo servizio come medico, curando i soldati dell’Armata rossa che avevano riportato delle ferite alla testa durante lo scontro con i tedeschi. Nonostante l’importanza dei suoi studi, anche Lurija, a causa di alcune sue posizioni critiche verso le teorie di Pavlov, venne escluso dalle élite di scienziati dell’Unione Sovietica per lungo tempo.

È difficile stabilire ora, a distanza di quasi un secolo, quanto questi provvedimenti di censura avessero di oggettivo e giustificabile, con la necessità di proteggere il neonato stato proletario dal nefasto influsso dell’ideologie borghesi idealistiche, e quanto le si debbano giudicare, invece, come un eccessivo, e controproducente, irrigidimento ideologico dogmatico, magari favorito da uno scontro di potere ai vertici del partito, in cui i fautori delle vecchie teorie riflessologiche, con il richiamo strumentale all’autorità di Lenin, volevano sbarrare la strada alle nuove leve, più aperte a nuovi orizzonti teorici.

Non lo sappiamo. È però, a tal proposito, estremamente interessante andare a vedere quello che scrisse Stalin nel suo ultimo lavoro Il marxismo e la linguistica, anch’esso un trattato se non proprio di psicologia, su un argomento estremamente vicino ad essa. Stalin, attraverso un’argomentazione serrata, giunge alle seguenti conclusioni:

  • Il linguaggio (ma quando si parla di linguaggio si parla anche di pensiero e di coscienza) non può essere considerato un elemento sovrastrutturale dell’organizzazione sociale, come era stato considerato fino a quel momento.
  • Non può essere, d’altra parte, considerato come facente parte a pieno titolo della struttura, ma come elemento distinto sia dall’una che dall’altra.
  • Di conseguenza il classico impianto struttura-sovrastruttura, almeno nel campo della linguistica, va rivisto ed ampliato (!). Ma soprattutto:
  • in Unione Sovietica esiste una resistenza pervicace all’emergere di nuove teorie scientifiche ed al confronto e dibattito aperto ed onesto tra scienziati con convinzioni diverse

Queste le sue parole:

“negli organismi linguistici, sia al centro che nelle repubbliche, dominava un regime non adatto alla scienza e agli uomini di scienza. La minima critica alla situazione esistente nella linguistica sovietica, finanche i più timidi tentativi di criticare la cosiddetta ‘nuova dottrina’ della lingua erano perseguitati e stroncati dai circoli linguistici dirigenti. […] Si riconosce generalmente che nessuna scienza può svilupparsi e fiorire senza lotta delle opinioni, senza libertà di critica. Ma questa norma riconosciuta da tutti è stata ignorata e calpestata nel modo più sfacciato. Si è costituito un ristretto gruppo di dirigenti infallibili, che, essendosi assicurato contro ogni possibile critica, si è messo ad agire arbitrariamente e scandalosamente”.

 

IV. LO SCISMA MARXISTA TRA OCCIDENTE IDEALISTA E ORIENTE MATERIALISTA E LA VITTORIA DEL TOTALITARISMO LIBERALE

 

Fin dall’inizio, la strategia dei sovietici per combattere il Capitalismo e guidare il mondo verso il Comunismo, si è articolata su tre fronti, tra loro interdipendenti: aiutare la classe operaia dei paesi capitalisti europei a fare la rivoluzione e a prendere il potere, appoggiare le rivolte anticoloniali per porre fine all’Imperialismo, creare all’interno del proprio paese una società più sviluppata e più avanzata di quella capitalista, per dare l’esempio agli altri paesi e aprire la strada verso una transizione epocale.

Come spiegato da Gramsci, il primo fronte, quello della Rivoluzione in Occidente, implica l’ingaggio di una contesa egemonica con la borghesia per la conquista di tutti i lavoratori alla causa del Socialismo; mentre il secondo e il terzo fronte, dopo una prima fase di scontro classico di tipo militare contro i paesi imperialisti, richiedono la ricerca incessante di un modello di sviluppo efficace per conseguire l’indipendenza economica dei paesi liberati e il miglioramento della qualità della vita dei loro abitanti.

Facendo un bilancio sommario di questa strategia possiamo dire che mentre sul secondo e sul terzo fronte, dopo grandi e dolorose battaglie, dopo rovesci e difficoltà eccezionali, sono stati conseguiti dei discreti successi ed è stato trovato un percorso che viene oggi portato avanti dagli eredi socialisti della scomparsa Unione Sovietica, sul primo fronte dobbiamo constatare che la lotta per l’Egemonia si è per ora conclusa con la netta vittoria dei capitalisti, senza che si possano intravedere dei segnali, non manco di ribaltamento dell’esito, ma neanche di riapertura dei giochi.

Infatti, sebbene l’integrazione dei lavoratori dei paesi sviluppati nel sistema capitalista sia stata resa possibile, in primo luogo, dalla redistribuzione dei sovraprofitti imperialistici mercè l’adozione di politiche keynesiane e di controllo della finanza, e la lotta per la liberazione sia stata indebolita da un cedimento revisionista e opportunista dei partiti rivoluzionari nella stessa Unione Sovietica, si dovrebbe constatare che la partita decisiva, nel dopoguerra durante la guerra fredda, in condizioni di parità strategica militare tra i due blocchi capitalista e comunista, si è svolta nel campo della propaganda.

Una propaganda talmente martellante, ossessiva, subdola, nascosta ed efficace da rendere riduttivo ed eufemistico il concetto stesso di propaganda; fatta di apparecchi televisivi e radiofonici in ogni casa e non solo, di trasmissioni e messaggi pubblicitari a getto continuo, di montagne di film, cartoni animati, quiz a premi, rassegne musicali, dischi, rotocalchi e tutto ciò che costituisce il dispositivo senza scampo della Società dello spettacolo. Già negli anni ’60 Pier Paolo Pasolini registra con sgomento l’implementazione di un disegno totalitario che stava provocando una vera e propria mutazione antropologica dei cittadini italiani, ed europei, mai vista prima di allora.

In tutto questo i principi e le tecniche di persuasione e manipolazione messi a punto dalla scienza psicologica occidentale, sono stati utilizzati a profusione ed in modo metodico[1]. Sarebbe stato compito del paese guida della rivoluzione fornire ai partiti comunisti occidentali gli strumenti teorici e le direttive strategiche per contrastare e rispondere in modo efficace a questo tipo di offensiva. Ma come abbiamo visto la ricerca psicologica in Unione Sovietica si è trovata a rimanere per tutto il dopoguerra, per motivi ideologici, fissata su una teoria obsoleta, di fatto inservibile ai fini della lotta egemonica, e sclerotizzata nell’impossibilità di conseguire degli avanzamenti scientifici sostanziali.

Appena migliore, sotto questo punto di vista, fu la situazione nel variegato mondo del cosiddetto Marxismo occidentale, dove effettivamente, da parte di intellettuali come Marcuse, Fromm, Adorno, Sartre e altri, una certa attenzione verso l’aspetto psicologico indubbiamente ci fu. Purtroppo, questo aspetto meritorio del marxismo occidentale fu offuscato da altre pecche ben più gravi.

I marxisti occidentali, quasi senza eccezione, aderivano ad un profilo politico-ideologico sostanzialmente ostile ai paesi socialisti ed indifferente, se non contraria, al processo di liberazione anticoloniale dei paesi poveri. La fama e la carriera di questi intellettuali veniva spesso favorita dal potere proprio per questo loro orientamento anticomunista nei fatti, che a lungo andare ha provocato una scissione nel Marxismo internazionale a cui è ancora oggi difficile porre rimedio.

Inoltre, i marxisti occidentali si avvalevano di teorie psicologiche, come era stato messo in luce da Vygotskij, pesantemente imbevute di ideologia borghese, se non del tutto costruite su misura per gli obiettivi di manipolazione e assoggettamento delle masse da parte della classe proprietaria. Ma questo, al di là delle buone intenzioni dei singoli pensatori, era una condizione a cui solo un sistema di ricerca ben finanziato ed indirizzato secondo i principi ed i valori del marxismo da parte di un paese socialista, poteva porre rimedio.

Infine, i contributi dei marxisti occidentali si sono avvalsi in misura preponderante, se non esclusiva, dell’apporto della Psicoanalisi freudiana. La Psicoanalisi, e tutte le sue varie diramazioni e sviluppi, è stata l’unica scuola psicologica a godere di una certa notorietà tra la popolazione generale e di una enorme influenza culturale, nonostante, o forse proprio a motivo del fatto, che si tratti di una disciplina clinica dalla dubbia scientificità, in quanto non basata su delle verifiche sperimentali dei propri assunti, e su concetti oltremodo discutibili e fumosi (come la “Libido”, intesa inizialmente come una sostanza o processo organico realmente esistente e poi diventata un semplice riferimento teorico astratto). Comunque la si pensi in merito sta di fatto che la Psicanalisi non è che una delle tante correnti della scienza psicologica, e neanche tra le più importanti, mentre nella coscienza popolare essa è diventata quasi sinonimo di psicologia scientifica tout court.

Sarebbe interessante analizzare e spiegare i motivi della superfetazione della Psicoanalisi al di là della sua effettiva importanza (probabilmente a causa del “pan-sessualismo” sotteso alle sue argomentazioni) ma questo ci porterebbe lontano dall’argomento di questa introduzione.

In conclusione, approfittando di un campo avversario spaccato tra un Marxismo sovietico paralizzato nella sua vitalità scientifica (se non per quanto riguarda l’aspetto strettamente militare) da una rigidità ideologica irrimediabile (a sua volta, probabilmente, provocata da un sottofinanziamento della ricerca che provocava una competizione eccessiva per i pochi posti di prestigio, e a cui non era possibile provvedere), e un Marxismo occidentale perso in una fuffa idealistica e inconcludente, i pensatoi del Capitalismo occidentale ebbero buon gioco nell’applicare nella lotta politica l’enorme mole di ricerche, per lo più poco note (anche perché protette da un linguaggio specialistico e da un monopolio dell’editoria scientifica che le rende inaccessibili ai più) sulla formazione dell’autostima, degli stereotipi, dei modelli di riferimento, sugli schemi di ragionamento, sulla memorizzazione delle informazioni, sulla percezione degli eventi e delle situazioni.

Dalla parte dei lavoratori la battaglia per l’Egemonia sotto l’aspetto psicologico venne condotta in modo estemporaneo ed improvvisato affidandosi all’intuito e alla sensibilità di artisti ed intellettuali spesso geniali ma privi di una solida base teorica di riferimento, mentre dall’altra parte c’era la potenza della ricerca scientifica organizzata dei paesi capitalisti sviluppati. L’esito era inevitabile e alla fine le stesse popolazioni dei paesi socialisti, nonché molti tra i loro stessi dirigenti, vennero travolti dall’efficacia della propaganda occidentale.

Per questo motivo, se l’analisi fin qui svolta è corretta, la questione dell’integrazione della psicologia nella teoria rivoluzionaria e nel Marxismo in generale deve cominciare ad essere considerata, dai comunisti, della massima importanza strategica.

La questione della rivoluzione in Occidente ci sta ancora davanti ed i successi della lotta antimperialista condotta dai BRICS, con l’assottigliarsi dei sovrapprofitti e il conseguente smantellamento dello stato sociale dei paesi sviluppati, ce la riportano sempre più attuale.

Ma coloro che insistono a ritenere che la “vecchia talpa” ci esimerà dall’incombenza di guidare e di aprire gli occhi ai lavoratori, sono costretti a constatare che più le condizioni di vita e di lavoro dei proletari in occidente peggiorano, più questi rifuggono dai partiti comunisti, sempre più in difficoltà, e si stringono ai loro padroni, nella speranza di venire risparmiati dalla mattanza che si prepara per loro. Certo non si può escludere un effetto soglia per cui, ad un certo punto (ma quale?), gli sfruttati non sopporteranno oltre l’oltraggio che subiscono, e si risveglieranno alla lotta organizzata e alla costruzione di una nuova società.

Ma per ora, chi spera in un “tanto peggio, tanto meglio” sta avendo solo un “tanto peggio, tanto peggio” e la prospettiva di un risveglio spontaneo delle masse dovuto ad un crollo della situazione economica rimane oggetto di pura speculazione o di fede.

I partiti comunisti dei paesi occidentali, d’altra parte, al lumicino come consistenza numerica, divisi tra loro da divergenze teoriche ineludibili e mai risolte, si vedono costretti a cercare di insufflare la Coscienza di classe nelle masse senza sapere cosa esattamente determina la presa di coscienza di un fatto a livello individuale, ad evocare uno Spirito di scissione nei proletari senza conoscere i meccanismi generali del conformismo e dell’imitazione nei bambini e negli adulti ecc.

Per questi motivi riteniamo utile dare spazio ad articoli di analisi come quella di Tritone, che seppure basandosi su osservazioni estemporanee effettuate durante esperienze lavorative personali, utilizzando ancora dei concetti appartenenti all’ideologia del campo avversario (si parla, ad esempio di “Capitale umano”; lo stesso costrutto del Quoziente Intellettivo è criticabile e di scarsa oggettività scientifica), e presentando un’argomentazione non sempre convincente, descrive tuttavia, con l’ausilio di alcuni concetti derivanti dalla scienza psicologica, una situazione (ma speriamo che non sia solo un’impressione) che si è palesata con l’apertura delle ostilità e del confronto strategico con la Russia; ovvero che l’allocazione delle risorse umane, in termini di qualità del ragionamento e di capacità decisionale, sia diventata, in Occidente, per motivi strutturali, pericolosamente disfunzionale.

La necessità di protrarre un sistema di potere ed un modo di produzione ormai palesemente assurdi ben oltre il termine di scadenza al di là del quale le condizioni storiche lo condannerebbero a finire, unite all’illusione onirica di non avere più concorrenti e di non dover più fare i conti con la realtà, ha fatto prediligere, nella selezione del personale dirigente, l’aspetto della fedeltà ideologica, al limite della ottusità conclamata, su quello della competenza e della capacità decisionale. Non è più importante se il gatto acchiappa il topo o no, l’importante è che il gatto sia nero. Ciò sarebbe sintomo di una incipiente debolezza e fragilità dell’Imperialismo occidentale, menomato dalle difficoltà strutturali sempre più gravi, dagli insuccessi militari, e dall’offensiva del campo avversario multipolarista.

È in queste incrinature che i comunisti devono saper intervenire, non stancandosi mai di denunciare pubblicamente le contraddizioni e le ideologie del sistema.

 

[1]      A. Curtis, Il Secolo del Sé, Youtube, 2002. Documentario in inglese con i sottotitoli in italiano.

2 Comments

  1. Fulvio Baldini ha detto:

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    L’informazione dalla parte giusta della storia.
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  2. Riccardo Salzano ha detto:

    Complimenti. Sarà pure partito tutto da un articolo eretico ma finalmente si sente qualcosa di veramente innovativo in campo teorico. Forse innovativo per me che sono estraneo al dibattito… Però è sicuramente appassionante. E mi rendo conto che ci vuole un certo coraggio editoriale.

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