Medicina, non basta aumentare i posti: il vero nodo è la formazione specialistica

Riceviamo e pubblichiamo la riflessione di un nostro giovane compagno medico su una questione che riguarda il presente e il futuro della sanità pubblica italiana: l’accesso a Medicina, la formazione specialistica e le condizioni di lavoro dei giovani medici.
Buonasera compagni, vi porto a conoscenza di una tematica riguardante l’area sanità del nostro paese.
Voglio portare una riflessione sull’accesso alla facoltà a numero chiuso di Medicina e Chirurgia.
Il Governo continua a presentare l’aumento dei posti alla facoltà come risposta alla “carenza di medici”, ma il problema reale è molto più complesso: non mancano semplicemente laureati in Medicina, mancano medici specialisti in determinati settori e territori.
I numeri lo dimostrano: nel concorso di accesso alle scuole di specializzazione 2025, su 15.283 contratti regionali disponibili, 2.569 non sono stati assegnati, pari al 17%. In Medicina d’emergenza-urgenza, una delle specialità di cui il SSN ha maggiore bisogno, è rimasto scoperto addirittura il 45% dei contratti.
Questo dovrebbe farci porre una domanda: perché tanti medici non vogliono intraprendere o portare avanti determinate specializzazioni, arrivando a dimettersi?
La risposta non può essere semplicemente “perché non ci sono abbastanza borse” o “perché ci sono pochi posti a Medicina”. Il problema riguarda anche le condizioni concrete in cui gli specializzandi vengono formati e utilizzati.
Qui entra in gioco il sistema baronale delle scuole di specializzazione: gerarchie fortissime, potere concentrato nelle mani di pochi, formazione che in una parte significativa delle scuole viene giudicata insufficiente e specializzandi spesso utilizzati come forza lavoro anziché come professionisti in formazione.
ANAAO Giovani ha denunciato nel 2025 una formazione scadente nel 40-50% delle scuole. Un’indagine riportata nel 2024 rilevava inoltre che 8 specializzandi su 10 si sentivano “tappabuchi” e sfruttati anziché medici in formazione.
Quindi il paradosso è evidente: invece di intervenire sulle condizioni di lavoro, sulla qualità della formazione e sui rapporti di potere all’interno delle scuole, si continua a ragionare quasi esclusivamente in termini di numeri.
Tornando alla questione del corso di laurea, aumentare gli ingressi a Medicina senza affrontare questi problemi rischia semplicemente di spostare l’imbuto più avanti: più studenti oggi, più laureati domani, ma ancora difficoltà nell’accesso alle scuole di specializzazione e, soprattutto, nel completamento di percorsi specialistici dignitosi.
E c’è un problema sociale ancora più grande: se lo Stato produce un numero crescente di medici non specializzati senza garantire adeguati percorsi formativi e sbocchi nel SSN, rischia di aumentare la concorrenza tra lavoratori e di indebolire il loro potere contrattuale, soprattutto nel privato, perché ci saranno molti medici, ma non specialisti, che potranno ambire soltanto alla libera professione.
La domanda, quindi, non dovrebbe essere soltanto “quanti medici vogliamo formare?”, ma: quali specialisti servono, in quali territori, in quali condizioni vogliamo formarli e quale SSN vogliamo offrire loro?
Perché, se non smantelliamo le dinamiche di sfruttamento e il sistema baronale delle scuole, possiamo anche formare 30.000 medici all’anno: non avremo più sanità pubblica, ma soltanto più giovani professionisti costretti a competere per quei pochi percorsi specialistici e per condizioni di lavoro sempre peggiori.
Fortunatamente, non tutte le scuole di specializzazione hanno questi problemi. Molte eccellono, formano e garantiscono una qualità lavorativa ottima. È questo l’obiettivo: migliorare la qualità del lavoro per evitare la fuga dal Servizio Sanitario Nazionale verso il privato.
Spero che questo mio pensiero possa essere motivo di riflessione sul destino del nostro sistema sanitario fra non molti anni.







