Germania tra riarmo e repressione: intervista a Mawuena Martens

Mawuena Martens è una giornalista tedesca freelance, ha scritto anche per il noto quotidiano marxista Junge Welt.
Si occupa di politca internazionale e le abbiamo chiesto la sua opinione sulla situazione del riarmo in Germania e della repressione del movimento per la Palestina.
1) La Germania guida l’Europa nella folle corsa al riarmo, arrivando addirittura a cambiare la costituzione per militarizzare la società. Che clima si respira? Le persone hanno percepito il pericolo? Sono d’accordo con queste scelte?
Allora, questo dipende ovviamente da chi si interroga e da dove ci si trova in Germania. Constato che nella Germania occidentale una grande parte della popolazione è d’accordo con le decisioni del governo e ha creduto ciecamente alla propaganda sulla minaccia russa. Nella Germania orientale c’è meno obbedienza e fiducia nei confronti dei governi e meno paura della Russia. Ciò è dovuto alla storia e alla DDR.
Che la maggior parte della popolazione sostiene le scelte del governo lo dimostrano anche i sondaggi. Ne è un esempio quello condotto dall’Institut für Makroökonomie und Konjunkturforschung nel dicembre 2025 sulla riforma del freno all’indebitamento da te menzionato. Questa riforma concede spese finanziate tramite prestiti per “la difesa”, le infrastrutture e la protezione del clima al di fuori della regola originaria sul debito fissata nella costituzione. Questo è significativo visto che l’austerity era prima un principio sacro santo.
Il sondaggio mostra in particolare che il 49% degli intervistati è sostanzialmente favorevole alla riforma e che il 51% si dichiara addirittura a favore dell’indebitamento ai fini del riarmo. Altri sondaggi dimostrano che una netta maggioranza dei tedeschi è contraria a un ruolo di leadership militare della Germania in Europa (61%). Il tasso di opposizione è risultato particolarmente elevato nella Germania orientale (75%). Tuttavia, il 72% degli intervistati ha ritenuto in linea di principio giusto che la Germania raddoppi la propria spesa militare nei prossimi dieci anni.
Un altro punto: molti votano l’AfD anche perché credono che il partito sia a favore della pace e voglia porre fine alla partecipazione alla guerra in Ucraina – una conclusione evidentemente errata, dato che Alice Weidel ha chiesto che il 5% e oltre del PIL venga destinato alla «difesa».
2) La Germania non ha ripristinato la leva militare obbligatoria, ma ha introdotto un nuovo modello di registrazione e servizio militare volontario selettivo per aumentare gli effetti dell’esercito. La paura di essere gettati in mezzo a un campo di battaglia ha avuto effetti sui giovani tedeschi? Vi sono state reazioni da parte loro?
Questo sì. Ci sono state delle proteste organizzate soprattutto dal Schulstreik gegen Wehrpflicht. Hanno mobilizzato più volte migliaia di giovani in numerosi città. Nonostante ciò la mobilizzazione si è fermata lì. Due, tre manifestazzioni non sono bastate per portare veramente ad un cambiamento.
L’argomento rimane tuttavia importante tra i giovani, soprattutto la paura della guerra in generale. Una mia amica, ad esempio, è un’educatrice e realizza progetti per i giovani nelle scuole. È rimasta colpita dal fatto che già bambini di 10-11 anni le abbiano raccontato della loro paura della guerra, della loro disperazione e del loro senso di impotenza. Mi ha raccontato anche di casi di tentativi di suicidio, dove i giovani speigavano che la loro vita era terribile e che, se proprio dovevano morire, preferivano farlo prima piuttosto che dopo.
Esiste quindi una grande discrepanza tra questa percezione pessimistica della realtà e la reazione della gente. Ho l’impressione – per tornare alla tua domanda sul clima generale – che regni un’apatia diffusa. Le persone sono più o meno preoccupate, ma rimangono passive.
3) I politici e i gruppi dirigenti si aspettavano una reazione del genere? Può bastare per fermare la deriva militarista?
Alla prima domanda non ho una risposta. Ma è chiaro che ci vorrebbe un ampio movimento che coinvolga i diversi settori della società, nonché un’alleanza tra diversi gruppi politici e organizzazioni. Poiché nemmeno la sinistra politica riesce a stringere un’alleanza in tal senso, è il governo ad avere la meglio.
4) Il movimento Pro-Palestina in Germania deve affrontare la repressione più dura di tutta l’Unione Europea.
In che modo questo influenza gli attivisti? Cosa pensa l’opinione pubblica di tutto questo?
Di conseguenza, la gente ci pensa due volte prima di impegnarsi. Prendo le università come esempio. C’erano e ci sono tuttora accademici che hanno organizzato eventi in cui si affronta in modo critico la politica israeliana e il genocidio. La conseguenza? La direzione dell’università ha preso le distanze da loro e li ha diffamati definendoli antisemiti. In un sistema in cui così tanti posti di lavoro sono a tempo determinato e precari, ciò ha un effetto molto dissuasivo. Infatti, se ci si impegna su questo tema, bisogna anche mettere in conto di perdere il proprio lavoro, non solo nel mondo accademico. Lo mostra l’esempio di Melanie Schweizer.
Lei lavorava nel ministero dell’economia. Il quotidiano BILD riportò che aveva firmato una lettera aperta contro il sostegno tedesco a Israele, definendola „antisemita“, e che si era lamentata con la Deutsche Presse Agentur della sua copertura giornalistica del conflitto usando una e-mail lavorativa, fu licenziata senza preavviso. Anche i suo orecchini a forma di anguria sono stati criticati. Ci sono tantissimi altri esempi. Del fatto che, partecipando a una manifestazione, si debba mettere in conto di subire violenza dalla polizia, non voglio nemmeno parlare.
L’opinione pubblica è sempre più critica nei confronti di Israele. Il 73% delle persone ha un’opinione negativa di Israele; un anno fa questa percentuale era ancora del 64%. E il 60% delle persone è contrario alla guerra nella Striscia di Gaza. Ma allo stesso tempo la situazione non è come in alcune regioni d’Italia, dove si vedono bandiere palestinesi in molti negozi e nei luoghi ufficiali. Prevale un forte disinteresse e una tendenza a distogliere attivamente lo sguardo su questo tema.
5) Qual è il lavoro dei giornalisti e stampa di regime nel far accettare alla popolazione il riarmo?
Loro alimentano costantemente la paura della Russia e scrivono che la Bundeswehr sia mal equipaggiata, ignorando che la Germania è uno dei maggiori esportatori di armi al mondo. Inoltre, il loro linguaggio diventa sempre più radicale. Anni fa era impossibile parlare di „Kriegstüchtigkeit“ , cioé “idoneità alla guerra”. Una parola usata prima soprattutto da Goebbels. Oggi è all’ordine del giorno usarlo. Ci è voluto solo poco tempo perché nel linguaggio si passasse da “capace di vivere in pace” a “capace di difendersi” e infine a “capace di fare la guerra”.
Ciò è dovuto anche agli editorialisti dei grandi quotidiani che alimentano di continuo questo dibattito o alle prime pagine con titoli come «La nostra guerra contro la Russia» (Der Spiegel) intendendo la guerra dei nazisti contro l’Unione Sovietica. Un esempio di questa radicalità si è verificato proprio pochi giorni fa, quando il giornalista della FAZ Michael Martens ha chiesto al presidente ucraino, durante una conferenza stampa: „Cosa possiamo fare noi europei di concreto, per aiutarvi a uccidere più russi?“
6) Quali sono i rischi per i giornalisti che non si piegano al sistema?
Condizioni di lavoro precarie, disoccupazione o, nel peggiore dei casi, ciò che è accaduto a Huseyin Doğru. Con la sua testata “Red Media”, ha riportato soprattutto notizie sulle proteste a favore della Palestina. Nel maggio 2025 il Consiglio dell’Unione Europea, con l’approvazione del governo tedesco, ha imposto sanzioni nei suoi confronti, sostenendo che «Red Media» fosse vicino ad «attori della propaganda di Stato russa» e diffondesse disinformazione per «seminare discordia etnica, politica e religiosa». Le autorità non hanno presentato alcuna prova a sostegno di queste accuse, né hanno informato Doğru né lo hanno ascoltato: la procedura sanzionatoria non prevede né un’accusa né una condanna – le persone interessate si rendono improvvisamente conto che i loro conti sono stati bloccati e che sono state private di ogni risorsa finanziaria. Nel caso di Doğru, le misure punitive unilaterali sono state estese anche a sua moglie e a sua madre. All’inizio delle sanzioni, la compagna di Doğru era incinta e la famiglia si è ritrovata improvvisamente senza accesso ai propri conti. Forse ancora peggio: non ha ricevuto alcun sostegno dalle organizzazioni giornalistiche. Più di un anno dopo, la base del sindacato Verdi ha costretto sia l’organizzazione che l’Unione tedesca dei giornalisti (DJU) a sostenerlo lo scorso fine settimana.







