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Africa, lingua e società: un focus a partire dallo swahili

Intervista di Pietro Fiocchi con Nino Vessella, linguista, scrittore e traduttore

 

Lingua e linguaggio, politiche e strategie relative sono strumenti fondamentali e decisivi in mano di chi li sa usare, tanto quanto sono efficacemente determinanti, nel bene e nel male, nei confronti di chi li riceve, e spesso li subisce.

Di casi di interesse ce ne sono innumerevoli, a cominciare da quanto sta accadendo in alcune prestigiose università italiane a scapito della nostra lingua, con quello che questo può implicare anche in altri settori decisivi. Ma ora proponiamo uno zoom sull’Africa, in particolare su Tanzania e dintorni, rivolgendoci ad un testimone sul posto, Nino Vessella.

Nino Vessella, da anni vive a Zanzibar, è laureato in Lingua e Letteratura Swahili all’Istituto  Orientale di Napoli, ha alle spalle una carriera come insegnante di inglese nelle scuole superiori e da tutta una vita traduce romanzi, racconti e commedie dallo swahili all’italiano e viceversa, oltre a scrivere saggi di linguistica e politica linguistica, con attenzione alla Tanzania. Ha creato un dizionario in rete swahili-italiano e un Dizionario Swahili-Italiano, Italiano-Swahili, cartaceo, è in lavorazione.

Cominciamo allora con qualche domanda più tecnica per passare a considerazioni più ampie, nonché attuali.

Lo swahili sta riscontrando in Africa un crescente interesse, cresce il numero di stati che introducono questa lingua nei programmi didattici di scuole e università. Da Zanzibar, epicentro linguistico e culturale dello swahili, come interpreta questa tendenza?

Gli swahilofoni sono orgogliosi di questa tendenza e sperano che lo swahili diventi la lingua ufficiale della Organizzazione dell’Unione Africana, che attualmente ha sei lingue di lavoro ufficiali: inglese, francese, spagnolo, arabo e swahili. Io temo che sia una bolla d’acqua perché anche in Tanzania e Kenya si tende a nazionalizzare questa lingua. Addirittura gli zanzibarini stessi insistono nel differenziarla dallo swahili standard parlato principalmente nella Tanzania continentale, ex-Tanganyika.

Inoltre la Tanzania stessa è ancora una colonia inglese, soprattutto sotto l’aspetto linguistico. Julius Nyerere, il primo presidente della Tanzania, aveva previsto l’uso dello swahili come lingua dell’istruzione al posto dell’inglese nelle scuole di tutti i gradi, compresa l’università, entro il 1974. Purtroppo le élite locali, con l’appoggio del BritishCouncil, ostacolano questo processo, tanto che fino ad oggi lo swahili è lingua dell’istruzione solo nella scuola primaria, poi diventa lingua “straniera” con gravi conseguenze. Tutto questo porta a un processo opposto a quello della sua nascita, cioè alla sua scomparsa.

Personalità africane di rilievo politico e accademico propongono lo swahili come lingua per un’Africa unita e indipendente, anche linguisticamente, da influenze esterne. Si tratta di uno slogan, di un’aspirazione romantica o c’è effettivamente un serio progetto politico e culturale, chi ne sono i più concreti promotori, che partendo dalla diffusione capillare di questa lingua, della sua cultura, si pone l’obiettivo di una “riscossa” per l’Africa?

Come ho accennato precedentemente, personalmente sono convinto che si tratti di una aspirazione romantica. In Africa si continuerà ad usare l’inglese, come in Europa e in India! Non mi risulta che ci sia un serio progetto politico e culturale. Penso pure che non sarebbe auspicabile, che lo swahili diventi la lingua ufficiale di un’Africa unita e indipendente, ammesso che l’Africa possa effettivamente essere unita e indipendente!

Secondo me la lingua swahili potrebbe diffondersi fra tutti gli stati africani come lingua straniera se Tanzania, di cui fa parte Zanzibar, e Kenya la promuovessero definitivamente a lingua dell’istruzione nelle loro scuole. La lingua sarebbe già effettivamente comune almeno in questi due paesi.

Quest’anno avrebbe dovuto cominciare a prendere forme più consistenti un vecchio progetto degli Anni ’60: la Federazione dell’Africa Orientale (sei paesi), di cui proprio la Tanzania è uno dei principali protagonisti. I tempi sono maturi per questo imponente progetto di grande valenza strategica per gli stati africani coinvolti? Dall’interno e dall’esterno, chi e cosa immagina vi si opporrà?

Sono piuttosto pessimista! Non credo che ci sarà mai una Federazione dell’Africa Orientale. Il primo tentativo avvenuto subito dopo le indipendenze fallì miseramente grazie a progetti diversi di Kenyatta, presidente del Kenya, e Obote, presidente dell’Uganda.

Per il momento esiste un mercato unico della Comunità dell’Africa Orientale con sede ad Arusha (Tanzania). A quanto mi risulta tutti i passi pianificati nei primi anni del 2000 sono stati rinviati. Perfino la pianificata unione monetaria non è stata mai realizzata; in comune hanno solo il nome: scellino.

Bisogna tener presente che in questi paesi il tribalismo è ancora forte. Solo la Tanzania ne era esente, ma ora Zanzibar sta tentando in tutti i modi di uscire perfino dalla Repubblica Unita di Tanzania. L’Oman sta cercando ufficiosamente di riprendersi l’arcipelago.

 

Negli ultimi decenni in Tanzania alla politica linguistica è stata data una particolare attenzione. Come valuta il lavoro dei leader locali, quali obbiettivi sono stati raggiunti e quali sono stati mancati?

Come già accennato, l’unico che si è preoccupato della lingua swahili è stato il presidente Nyerere. D’altronde egli doveva molto allo swahili. Grazie alla diffusione di questa lingua in tutto il Tanganyika è riuscito a raccogliere attorno al partito che si batteva per l’indipendenza le persone di etnie diverse e a impedire che il tribalismo si radicasse nel Tanganyika.

Nyerere aveva pianificato la sostituzione graduale dell’inglese come lingua dell’istruzione con lo swahili in tutto il sistema scolastico. E’ riuscito a farlo per le scuole primarie ma non per le secondarie e per l’università dove solo alcune facoltà sono in swahili. Purtroppo ha incontrato l’opposizione delle élite, che dopo il suo ritiro dalla politica sono riuscite a bloccare tutto con l’aiuto sostanziale del BritishCouncil.

Poi dopo la caduta del muro di Berlino e la fine del sistema del partito unico, dell’apertura del paese a investimenti di capitalisti stranieri e della privatizzazione di ospedali, scuole ecc. (interessante ricordare che più o meno nello stesso periodo qualcosa di simile è successo anche in Italia!) sono sorte moltissime scuole private dove si usa esclusivamente l’inglese fin dalla scuola materna. Molte di queste scuole sono ritornate alle missioni!

Vi sono ancora intellettuali che spingono affinché si usi lo swahili nelle scuole sottolineando i problemi che causa l’uso di una lingua non materna. I giovani non parlano correttamente né lo swahili standard né l’inglese! Per non parlare dei tanti giovani intelligenti che dovrebbero essere le risorse della nazione che, invece, non riescono a superare gli esami che sono esclusivamente in inglese. Vanno avanti solo i giovani che usano l’inglese anche a casa, cioè i figli delle élite!

 

Come stanno affrontando l’emergenza pandemica? Quali sono le principali criticità, le più impellenti necessità?

La Tanzania è stata dichiarata libera dal Covid-19 dal defunto presidente Magufuli! Costui ha dichiarato che la Tanzania è stata protetta da Dio grazie alle preghiere dei fedeli nelle chiese, moschee e templi! Inoltre ha detto che non c’è bisogno di comprare vaccini dall’occidente ma è possibile utilizzare la medicina tradizionale africana per proteggersi o guarire dal virus, cioè una miscela di erbe.

Il popolo circola liberamente senza mascherina e senza preoccuparsi degli assembramenti. I minibus sono sovrappieni come al solito. Però se entri in una farmacia o in alcuni uffici pubblici trovi il personale con la mascherina! A me hanno vietato di entrare in un tribunale senza mascherina!

Il popolo è convinto che Magufuli ha preso la decisione giusta per tre motivi: l’Occidente con i vaccini vuole uccidere gli africani o distruggere la loro economia, la preghiera è sicuramente efficace, l’Africa con i suoi rimedi tradizionali, come la miscela di erbe, non ha bisogno della medicina occidentale.

La realtà è che il governo ha vietato la diffusione dei dati relativi ai morti per il Covid-19, però sono aumentati i morti per “polmonite” e la Conferenza Episcopale di Tanzania ha dichiarato che i funerali sono più che raddoppiati rispetto agli anni precedenti!

Purtroppo Magufuli ha instaurato una vera e propria dittatura. Non esiste più la libertà di espressione. Se una persona critica pubblicamente il presidente o il governo oppure diffonde notizie sulle morti per Covid-19 viene incarcerato. Quella persona viene accusata di aver messo in pericolo la sicurezza del paese!

Verso la fine del mese di febbraio hanno cominciato a morire politici in una soprendente successione. Il primo a morire è stato il primo vicepresidente il cui partito aveva dichiarato pubblicamente che era stato colpito dal virus. Allora qualcuno ha cominciato ad indossare la mascherina.

Una ventina di giorni fa il presidente Magufuli è sparito dalla scena pubblica. Non appariva più in pubblico come faceva ogni settimana. Allora il segretario del principale partito di opposizione dal Belgio dove è stato costretto a rifugiarsi dopo l’uccisione di altri oppositori, ha rivelato che Magufuli era ricoverato in ospedale a causa del Covid-19. Immediatamente sono partite le smentite ufficiali del governo in cui si sosteneva che il presidente non poteva mostrarsi al pubblico perché aveva molto lavoro da svolgere. Dopo circa due settimane è morto.

Purtroppo il popolo tanzaniano è poco istruito, crede ancora alla stregoneria e all’aiuto divino, quindi crede qualsiasi cosa venga detta dall’alto.

Sui “social media” insultano e minacciano tutti quelli che contestano quanto fatto da Magufuli. La vicepresidente di Magufuli ha preso la presidenza. Ora finalmente ha nominato un comitato di esperti per il Covid-19.

La Tanzania è diventata la patria dei no-vax europei. Molti italiani no-vax che hanno una casa a Zanzibar ne hanno approfittato per trasferirsi qui in attesa che finiscano le restrizioni. Zanzibar è piena di no-vax russi, ucraini, polacchi, e di altri paesi dell’Europa orientale che non vietano i viaggi all’estero.

 

Ci sono partiti, movimenti, gruppi di ispirazione socialista o comunista, o simpatizzanti, di questa visione dell’organizzazione del lavoro e della società?

Il partito al governo era di ispirazione socialista. E’ stato fondato da Nyerere che teorizzava un “socialismo africano”. Sosteneva che la società tradizionale africana era sostanzialmente socialista. Dopo l’indipendenza Nyerere ha nazionalizzato tutto, se uno straniero avesse voluto investire in Tanzania avrebbe dovuto fondare una società con il governo della Tanzania a cui dare almeno il 51% delle azioni.

Insomma la Tanzania era un paese simile ai paesi socialisti dell’Europa orientale. Ha cominciato ad aver problemi quando ha cominciato a fondare villaggi socialisti. Poi è caduto il muro di Berlino ed è cambiato tutto. Il partito unico, che sebbene avesse cambiato il nome in “Partito della Rivoluzione” (CCM, Chama cha Mapinduzi) ha percorso una strada simile a quella percosa dal PCI.

I partiti nati con il sistema del multipartitismo sono partiti personali simili al “Forza Italia” dei primi anni. Io non vedo nessuna visione del lavoro e della società in questi partiti. Vedo solo la volontà di prendere il potere. Uno di questi partiti forti soprattutto a Zanzibar, il CUF (Civic United Front) ha come obiettivo principale la separazione di Zanzibar dalla Repubblica Unita di Tanzania.

 

 

 

 

 

 

 

 

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