La lotta di lagne

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La lotta di lagne

                                                                                                                                  Il Coccodrillo Rosso

Dopo un’ingiustificata assenza, torno con estremo piacere nel tormentarvi con lamentele sociali e politiche. Ma non sarò l’unico nel presente articolo a lamentarsi.

Questo articolo sarà composto da lamentele (alcune sociali e alcune poco politiche) e le lamentele stesse verranno analizzate in campo politico e lo stesso verrà fatto ai loro autori.

Ma perché parlare di lamentele poco politiche e irrilevanti in un articolo di una rivista politica di un partito? È semplicemente dovuto in un’epoca in cui l’informazione, quella professionale e istituzionale, dà un peso esagerato a qualcosa che non ha nulla di drammatico. Ma d’altronde chi vi vende e produce informazioni per vivere, ormai non fa nient’altro che prendere un avvenimento, un disagio, una frase detta o una situazione, per poi successivamente doparla di pathos. Dopo questa fase di doping, la notizia, ormai meramente un prodotto, diventa vendibile ad una società consumista che brama pettegolezzi e narrazioni esagerate. Per dirla come la direbbe Marx, anche l’informazione “divenne oggetto di scambio” e ovviamente ogni notizia deve rendere maggior profitto possibile, tutto questo è possibile tramite il dramma forzato che viene introdotto nella notizia.

Se tutto ciò sembra un delirio complottista, in realtà è necessario dare un’occhiata da qualche anno a questa parte alla maggior parte delle testate giornalistiche: siamo letteralmente bombardati da deliri e lamentele appartenenti all’universo progressista che non ha realmente nulla da offrire al paese reale divorato da disoccupazione, crollo dello stato Sociale e privatizzazioni. In questo tornado di lamentele troviamo politici di discutibile preparazione tanto come persone dello show business e dell’editoria.

Lo so, sembra un’esposizione molto confusa; ancora una volta mi è necessario procedere per gradi.

Trovandoci nel pieno del periodo neoliberale, assistiamo ad un modello politico che ogni volta aggiusta la realtà a suo piacere.

Abbiamo tutti assistito da anni (e alcuni di noi hanno protestato) riguardo alla più completa demolizione di diritti sociali; è evidente agli occhi di tutti. E se probabilmente qualcuno nega questa deriva, vota certamente Partito Democratico, +Europa o Lega. Questo modello politico, fortemente influenzato dalla cultura politica statunitense, vede la lotta e le conquiste passare unicamente tramite i diritti civili. Che per carità, in sé per sé non sarebbe qualcosa errato, ma siamo o non siamo per il socialismo come modello politico e di organizzazione umana? La risposta è ovviamente affermativa, ma d’altro canto abbiamo visto come oggettivamente (e sottolineo oggettivamente) l’attacco ai diritti sociali abbia reso l’occidente e il nostro paese un luogo più ingiusto e selvaggio. Una squallida e grigia rivisitazione del XIX secolo dove il liberalismo con la sua classe dirigente davano direzioni alla politica nazionale e continentale. In poche parole, non serve nemmeno scomodare socialismo, proletariato e comunismo per capire come i diritti sociali siano essenziali per una società equa e rispettosa della comunità quanto dell’individuo. Basta avere un minimo di cervello. Ed eccoci nuovamente sulla stessa linea. Classi agiate e fortemente influenti nelle direzioni economiche dettano le linee della narrazione politiche.

Ma non sono necessariamente dei Rockefeller pre-novecenteschi o dei digitali e odierni Elon Musk; il dito del sottoscritto è puntato su due categorie sociali estremamente influenti nel secolo dei media e dell’informazione rapida: Artisti (o VIP) e giornalisti. La collaborazione che propongono fa il suo lavoro in una maniera sicuramente molto prolifica. Vanno a braccetto proponendo una narrazione apparentemente ribelle ma estremamente affine al capitalismo globalista. Noi comunisti e socialisti lo sappiamo che la odierna “sinistra” non è nient’altro che una squallida formazione politica eterogena di liberal-progressisti amanti del mondialismo; ma quello a cui i giornalisti di quel gruppo e gli “artisti” non rinunciano è il ruolo di eversivo e ribelle. Ciò, in una politica continentale infettata dal batterio neoliberale, avviene solo sui diritti civili.

Due aspetti rendono così tutta la suddetta narrazione politica futile: il primo, è che l’unica attenzione mediatica e l’unica intenzione eversiva riguardano unicamente i diritti civili e su essi si basa l’unico dibattito reso possibile dai media nonché quello che poi i cittadini credono realmente importante. Il secondo aspetto è che la natura innovatrice della società e il sentimento eversivo appartengono così alla nuova sfavillante borghesia progressista composta da celebrità o artisti arricchiti che non ha alcuna intenzione di sovvertire gli equilibri economici malati di questa società.

Ci troviamo così di fronte a sovversivi unicamente civili che non muovono un dito contro le ingiustizie sociali dei lavoratori e le classi abbandonate dallo Stato e dai governi, mantenendo uno status politico e un ruolo di rottura apparentemente da ribelli. O ancora peggio, vanno a inquinare di vittimismo il loro status; quasi come per dire “guardate che non è così semplice essere quel che sono diventato”. La lista di individui è lunga, ma da un’analisi prettamente sociologica, il quadro politico esposto è terrificante. Questo è uno dei tanti esempi che stanno a sottolineare come tutti abbiano tristemente accettato il concetto di “crisi perenne” focalizzando attenzioni e lotte solo sulle politiche di contorno. E se tanto i media quanto il mondo dell’intrattenimento e l’arte fanno tutto ciò (trovandosi qualche gradino in su della scala sociale), automaticamente è inculcato ai cittadini che tristemente diventano consumatori di lotte come mode e di notizie come prodotti.

Ed è naturale dover fare qualche nome per rendere più chiaro il fondamento di questo articolo.

Dal punto di vista giornalistico non possiamo non menzionare i grandi quotidiani come La Repubblica o Il Fatto Quotidiano. Il primo, alla stregua di un giornale di gossip, parla di problemi di celebrità milionarie che non accettano etichette di genere, consonanti che declinano il maschile o il femminile; atleti e celebrità che vedono razzismo e sessismo in ogni espressione umana: da discorsi a serie tv a spot pubblicitari. Nello specifico, La Repubblica, in un arco di pochi mesi pubblica articoli su Aurora Ramazzotti “che da quando è incinta non dorme più la notte per via degli incubi”, su Emma Marrone che si lamenta di come “In Italia non si può concepire un figlio senza un uomo” definendo tutto ciò “Violenza”, o anche su Victoria dei Maneskin (scritto male volontariamente) e della sua grave patologia definita “Fomo”. Il Fatto quotidiano d’altra parte contrattacca con Cara Delevigne che ad un evento chiamato “Savage X” dice di “essere qui per avere un orgasmo e donarlo alla scienza” e infine come l’attrice Emma Corrin rifiuti “categorie sessuali per attori e attrici agli Emmy”.

Tutte queste chiacchiere fanno passare in sordina questioni più scabrose, come ad esempio i recenti soprusi di Myrta Merlino verso i lavoratori de La7 (che dovrebbe essere su tutti i giornali). Ora, non mi aspetto che i giornali parlino de “La situazione della classe operaia in Inghilterra” di Engels o de “La fenomenologia dello Spirito” di Hegel. Ma dovrà pur esserci una mezza misura. Questi imbarazzanti articoli sono solo alcuni di quelli che giornalmente invadono social network e giornali e rispecchiano la deriva borghese e classista di una società in cui povertà, disoccupazione e diseguaglianze sociali sono galoppanti, ma nella narrazione politica le sofferenze sono ben altre. Lo sappiamo, è un termine abusato, ma queste battaglie e conquiste intese come mode sono armi di distrazione di massa dove anche la più vantaggiosa di queste battaglie non sovvertirà nulla né tantomeno la nostra vera missione: la lotta dei lavoratori contro il capitale.

Non voglio e non accetto critiche di intolleranza verso i ricchi annoiati esponenti dell’attuale femminismo, progressismo e teorie genederfluid. Il socialismo aveva Louise Michelle nella Parigi del 1871 mentre loro hanno “politici” attuali come Elly Schlein o Laura Boldrini. La nostra accusa riguarda ogni lavoratore aldilà del suo sesso e il suo orientamento sessuale. La nostra denuncia è indirizzata verso il risultato di questa informazione e di questa “classe artistica” che vogliono far apparire in controtendenza e ribelli ad ogni costo, mentre ci sono influenti forze nelle società alle quali non osano ribellarsi ma, anzi, che rafforzano con l’inganno, volendosi accaparrare una fetta della torta.

Ed eccoci infine a guardare in faccia alla realtà: questo è l’assetto sociale neoliberale dove tutti siamo succubi perenni di rivoluzioni per ricchi, ideate da ricchi e a vantaggio dei ricchi. Una società autolesionista, facile da distrarre, priva di senso critico, permalosa, feticista di dolori superflui e in perenne conflitto su come pubblicizzare le proprie discutibili agonie con il maggior eco possibile. Così facendo siamo in una direzione politica ultraliberista che insegna ad accettare l’intoccabilità della direzione economica con dolore e rassegnazione e nel creare discussioni spesso futili su altre materie e altri livelli della politica. Dal punto di vista maggiormente culturale, siamo di fronte all’elitismo spesso ignorato o spesso abusato di Pareto, Mosca e Michels. Una ristretta cerchia della società modella realtà come lei vuole.

In tempi andati l’agonia degli sfruttati generava conflitto verso gli sfruttatori. Questa era la lotta di classe. Ora sembra siano gli sfruttatori e il loro reame di sostenitori e lacchè a generare e orchestrare il dissenso a proprio piacimento. Ma qui vediamo questa trasformazione del conflitto. La Lotta di classe è ora diventata “Lotta di Lagne”. L’unico conflitto è tra individualisti con l’unico obiettivo di sopraffare il prossimo nel lamentarsi e nel pubblicizzare il proprio dolore mercificando il proprio disagio in un sistema che fa ciò nei media. Tutto come per attirare attenzioni verso ricchi che mostrano la difficoltà nell’essere nella loro posizione. I soldi certamente non comprano la felicità. Ma allontanano dal precariato, dalla disoccupazione e tutte le complicanze vitali ed esistenziali che esse comportano. Dove la maggior parte del paese sprofonda.

E non posso che prendermela equamente con editoria tanto quanto il mondo artistico: perché io più vecchio tra i giovani, ho posto speranze negli artisti, ma loro pur facendo la parte del ribelle, non hanno sovvertito nulla. E da laureato ho riposto fiducia nell’editoria e nel giornalismo, ormai diventati gossip, discriminazione e progresso becero. Se tra i ribelli dello scorso secolo avevamo Mario Monicelli e Gianmaria Volontè nel cinema, Ernesto De Martino e Domenico Losurdo come scrittori e i CCCP o Fabrizo De André nella musica; ora ci ritroviamo Michela Murgia, Lorenzo Tosa, Fedez, Mahmood, Chiara Ferragni e Asia Argento. E mentre John Lennon cantava “a working class hero is something to be”, ora abbiamo Francesca Michielin che dopo l’elezione della Meloni inneggia alla “resistenza a tutt3”. Magari la nostalgia gioca un brutto scherzo, ma è evidente come le avanguardie di oggi non siano nulla in confronto a quelle di un tempo. Anzi, in totale franchezza sono una parodia annichilita e manovrabile di correnti di pensiero senza una reale percezione della realtà e dei disagi che divorano la realtà con gaudio e approvazione dei molti.

Concludendo, la “Lotta di Lagne” continua indomita mentre una parte del mondo, del continente e del paese muore e soffoca silenziosamente con il plauso o la negligenza di molti. Questa deriva del conflitto è riassumibile in una frase che ha subito attirato la mia attenzione qualche mese fa. Il settembre scorso, la radicale europeista di Emma Bonino lamentava del fatto che erano 30 anni che cerca di “spiegare a questi beoti che i diritti civili sono diritti sociali”. Nulla di più errato sia concettualmente che giuridicamente; questa è e sarà una manipolazione che ha condotto e condurrà il nostro continente alla rovina. In primis la Bonino e l’establishment narrativo di cui fa parte, non hanno spiegato questo concetto per 30 anni, ma lo hanno inculcato nel cervello di una opinione pubblica fin troppo ingenua. Ed infine questo rappresenta un reale concetto narrativo della politica attuale.

Preoccupatevi delle schwa, dell’inclusività, del manspreading, della fecondazione assistita, del catcalling, dei non binari e del genderfluid.

Al capitale e a tutto ciò che lo ostacola ci penseranno loro.

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