Intervista a Maddalena Celano

Autopresentazione
Mi chiamo Maddalena Celano. Sono docente, giornalista, scrittrice e attivista. Da anni mi occupo di internazionalismo militante, studi postcoloniali e femminismo abolizionista – inteso nella sua accezione più radicale, come lotta contro la mercificazione e l’industrializzazione dei corpi femminili.
Credo nella necessità di una politica etica e non mercenaria, nel valore della memoria storica, del pluralismo culturale e della solidarietà internazionale come base per un mondo più giusto.
Il mio impegno attraversa i confini, non solo geografici ma anche ideologici, culturali ed epistemici: ho costruito ponti con intellettuali e movimenti del Sud globale, in particolare con il pensiero latinoamericano decoloniale e con l’universo arabo-islamico sciita, con cui condivido valori di giustizia, resistenza e spiritualità emancipatrice.
- Gli Usa ti hanno revocato il visto per transitare dal loro territorio che ti serviva per tornare in Italia da El Salvador. Perché? Come hai rimediato?
La motivazione reale, pur non dichiarata ufficialmente, è evidente: ho visitato Cuba. Quel timbro sul passaporto – simbolo di un incontro autentico, libero e non mediato – è bastato a provocare la revoca automatica dell’ESTA. Senza preavviso, senza diritto di replica. La mia colpa? Aver esercitato il diritto di conoscere, come diceva Martí.
È stato un atto di violenza diplomatica: negarmi l’imbarco a Toronto, isolarmi e abbandonarmi in un Paese terzo, trattandomi come una sospetta solo per aver frequentato un Paese “nemico” dell’impero.
Per rientrare in Italia ho dovuto, con grande fatica, riprogrammare tutto il viaggio, evitando gli scali nei Paesi alleati o subordinati agli Stati Uniti, rinunciando ai rimborsi e affrontando spese impreviste. Ma non ho mai rinunciato alla verità: sono tornata più determinata e più lucida che mai.
- Le punizioni extraterritoriali statunitensi sono conformi al diritto internazionale? Su quale “base giuridica” poggiano?
Queste misure sono un insulto al diritto internazionale. Non esiste una base giuridica riconosciuta che legittimi l’imposizione di sanzioni o restrizioni di viaggio da parte di uno Stato nei confronti dei cittadini di Stati terzi, per attività legali nei rispettivi ordinamenti.
La loro “base giuridica” è in realtà una base geopolitica di dominio: si fonda sull’arbitrio, sull’intimidazione sistemica e sull’uso strumentale delle tecnologie globali per estendere il proprio controllo oltre confine. È il diritto del più forte travestito da “sicurezza nazionale”.
Siamo di fronte a una forma moderna di colonialismo digitale e amministrativo: una politica estera coercitiva mascherata da burocrazia aeroportuale.
- La delegazione UE a Cuba nel 2016 ha affermato: “L’UE rifiuta le misure unilaterali a danno dei cittadini europei che esercitano la libertà di movimento.” Quindi, l’Unione Europea ti ha aiutata a difendere la tua libertà di movimento?
No, affatto. Quelle parole sono rimaste lettera morta. Nessuna istituzione europea è intervenuta in mia difesa. Nessun meccanismo è stato attivato per tutelare la mia libertà di movimento o per denunciare l’abuso subito.
Quella dichiarazione del 2016 era una maschera diplomatica, una concessione verbale alla diplomazia cubana che non ha avuto seguito. La verità è che l’Unione Europea, pur dichiarandosi garante dei diritti individuali, si piega sistematicamente alla volontà statunitense.
La mia esperienza dimostra che i cittadini europei non sono protetti quando sfidano l’ordine imperiale, anzi vengono silenziati. E se non hai peso economico o un passaporto “privilegiato”, resti fuori dal radar dei diritti.
- Ci sono ripercussioni anche per i turisti degli altri Paesi non allineati, definiti dagli Usa “Stati Sponsor del terrorismo”?
Sì. Oggi visitare Iran, Siria, Nord Corea o Cuba può comportare gravi ripercussioni, anche se lo si fa per motivi culturali, religiosi o scientifici. Non si tratta più di terrorismo reale, ma di terrorismo semantico: la semplice presenza fisica in quei Paesi viene letta come una colpa, come una minaccia.
Chi viaggia “fuori asse” viene schedato, penalizzato, e potenzialmente escluso dai circuiti globali. È una sanzione preventiva contro la curiosità, una censura sulla carne viva dei viaggiatori. E non colpisce solo chi dissente apertamente: colpisce anche chi semplicemente vuole capire.
In questa logica distopica, il mondo si divide in zone “accessibili” e zone proibite, e chi oltrepassa il confine invisibile del consenso viene marcato. Siamo nel pieno di un nuovo maccartismo internazionale.
- Cosa consiglieresti agli Italiani che hanno intenzione di visitare Cuba?
Visitate Cuba. Fatelo con coscienza, con rispetto, con attenzione. È un’isola che offre non solo paesaggi, ma cosmovisioni, modelli alternativi di socialità, forme di resilienza comunitaria che sfidano l’ideologia neoliberale.
Ma preparatevi: evitate rotte e compagnie soggette all’influenza statunitense (incluse molte con scali in Canada, Panama, o persino Spagna), perché anche questi Paesi applicano restrizioni. Utilizzate aeroporti neutrali o solidali e conservate tutta la documentazione di viaggio.
Infine, trasformate la vostra esperienza in testimonianza. Cuba non è solo un luogo da visitare: è un’idea da difendere, un laboratorio storico che ha il coraggio di esistere al di fuori delle logiche di mercato.
E ricordate: in un mondo dove la verità è scomoda, viaggiare è già un atto politico.







