La legge della tendenziale erosione della sovrastruttura

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“L’Occidente non ha ancora capito in che epoca si sta vivendo”
(Nikolaj Jur’evic Verzbitckj, 2025)

 

“L’idea che il mercato è l’unico modo per organizzare la società, l’unico modo per guardare il mondo, l’unico criterio per decidere che cosa è buono e giusto e cosa non lo è, ha reso egemonico un progetto nato come dottrina economica e trasformatosi in una filosofia politica” (Hall et al. 2012). Partendo da tali premesse, il sociologo britannico Stuart Hall, divenuto noto negli anni ’70 per avere per primo applicato il concetto di ideologia di Marx allo studio dei mezzi di comunicazione di massa e divenuto poi uno dei massimi teorici dei cultural studies, si è chiesto perché mai, nonostante la crisi epocale del 2008, il sistema sociale ed ancor prima il sistema culturale dell’Occidente non avessero rigettato l’ideologia e la prassi neoliberista, che detta crisi avevano  in tutto e per tutto contribuito a provocare (Hall et al. 2012).

Intento della raccolta di saggi, editi da Jonathan Rutherford e Sally Davison, era peraltro quello di “comprendere l’attuale crisi finanziaria come un momento potenziale di rottura nel regime neoliberale” e oggetto specifico della ricerca di Hall e dei suoi colleghi era proprio di “indagare il ruolo materiale e culturale svolto dalla neoliberal revolution nella trasformazione della società inglese” e di ricercare “le cause dell’attuale crisi e le prospettive politiche che ne possano derivare” (Hall et al. 2012).

La risposta che riesce a dare Stuart Hall è quella dell’esistenza, anziché  di una singola “ideologia neoliberista”, come tale precisamente e distintamente identificabile nelle sue tesi ed asserti e quindi eventualmente confutabile nelle sue basi teoriche per mezzo di dimostrazioni scientifiche, di un common sense neoliberalism, ove per common sense si intende “una forma di pensiero della quotidianità, che ci offre una matrice di significati con cui dare senso al mondo”, “una forma di conoscenza popolare e prontamente disponibile che non contiene idee complicate, non richiede argomenti sofisticati e non dipende dal pensiero profondo o dalla lettura approfondita”, ma “funziona in modo intuitivo, senza approfondimento o riflessione”, “è pragmatico ed empirico, dando l’illusione di provenire direttamente dall’esperienza” (Hall, O’Shea 2013).

Michele Sorice, uno dei più attenti interpreti del pensiero di Hall, traduce in maniera molto efficace il concetto in quello di “immaginario collettivo neoliberista”, che come tale non è possibile razionalmente confutare, ma contro il quale è comunque possibile “resistere” (Sorice et al. 2024).

Il neoliberismo dunque, lungi dall’essere una semplice ideologia, è nell’Occidente di oggi qualcosa di molto più diffuso, pervasivo e persistente: un immaginario collettivo, in cui peraltro più ideologie differenti possono essere e sono attivamente compresenti, e detiene non solo le chiavi dell’esistente e del possibile, ma anche di quanto solo potenzialmente immaginabile.

Ciò non toglie che uno studioso marxista, nella prospettiva del materialismo storico, non possa che riferire le cause di crisi come quella del 2008 non certo alla sovrastruttura, in cui tanto l’immaginario collettivo, quanto le ideologie hanno collocazione, ma piuttosto alle peculiarità della struttura, vale a dire ai “rapporti di produzione” imposti nel contesto delle odierne economie occidentali dal capitalismo finanziario, da alcuni decenni dominante.

Spiega molto bene Alberto Lombardo come già Marx, già ai suoi tempi e con notevole lungimiranza, attribuisse al capitalismo finanziario un ruolo di rilievo, collocando l’aumento del capitale azionario delle imprese industriali, e quindi l’afflusso di nuovi investitori finanziari, tra le condizioni che frenano la caduta tendenziale del saggio di profitto, assieme ad altri fattori, quali ad esempio  l’aumento del grado di sfruttamento del lavoro ed il commercio estero (Lombardo 2018, 166).

Peraltro, Lenin, va ben oltre il parlare “dell’esportazione di capitali al fine di incrementare i profitti come una delle caratteristiche del capitalismo nella sua fase imperialistica” (Lombardo 2018, 166), intitolando il Capitolo III de L’imperialismo fase suprema del capitalismo (1917) “Capitale finanziario e oligarchia finanziaria”, in cui precisa che “una parte sempre crescente del capitale dell’industria non appartiene agli industriali, che lo utilizzano. Essi riescono a disporne solo attraverso le banche, le quali, nei loro riguardi, rappresentano i proprietari del denaro. Gli istituti bancari devono d’altronde fissare nell’industria una parte sempre crescente dei loro capitali, trasformandosi quindi vieppiù in capitalisti industriali”. Poco più avanti Lenin parla di “concentrazione della produzione; conseguenti monopoli; fusione e simbiosi delle banche con l’industria: in ciò si compendia la storia della formazione del capitale finanziario e il contenuto del relativo concetto” ed anche di “fatti mostruosi, che riguardano il mostruoso dominio dell’oligarchia finanziaria” in cui “la pietra angolare è nel sistema della partecipazione”, in cui “con capitali non eccessivamente grandi , si possono padroneggiare immensi campi della produzione”.  Ciò in quanto “il sistema della partecipazione non soltanto serve ad accrescere enormemente la potenza dei monopolisti, bensì permette anche di manipolare ogni sorta di loschi e luridi affari e di frodare il pubblico, giacché formalmente, davanti alla legge, le “società madri” non sono responsabili per le “società figlie”, considerate “indipendenti” e per mezzo di esse possono fare ciò che vogliono” (Lenin 1917).

Il capitalismo finanziario, a partire dagli anni ’80, ha preso in tutto e per tutto il sopravvento sul capitalismo industriale, e gli effetti destabilizzanti dall’inizio del suo dominio sono desumibili da pochi dati aggregati, riportati dall’economista Stefano Zamagni:

a) nel 1980 gli attivi finanziari di tutte le banche del mondo erano all’incirca pari al PIL mondiale: 27 trilioni circa di dollari USA;
b) nel 2007 gli attivi finanziari erano divenuti pari a quattro volte il PIL mondiale (240 trilioni contro 60 trilioni di dollari USA);
c) nel 2019 questo rapporto è salito a cinque volte.

È di tutta evidenza come negli ultimi decenni il ciclo marxiano D-M-D (Denaro-Merce-Denaro) abbia teso ad accorciarsi in D-D (Denaro-Denaro), saltando la conversione produttiva. Ciò è peraltro vero solo in apparenza, in quanto la finanza, oltre a realizzare i suoi guadagni speculativi, si appropria anche del plusvalore prodotto nelle imprese dell’economia reale in cui ha di volta in volta investito. Una dimostrazione la si ha dagli stessi dati dal 1980 al 2019 presi in esame da Zamagni: in tale arco di tempo, i redditi da lavoro su PIL sono scesi in media di 9 punti in Europa e in USA; di 10 punti in Asia e di 13 punti in America del Sud. Ed i punti persi dal lavoro sono andati alle rendite finanziarie (Zamagni 2019).

Oggi, a seguito degli eventi geopolitici dell’ultimo secolo, gli sconvolgimenti dei due conflitti mondiali e gli sviluppi ulteriori del processo di concentrazione monopolistica, il panorama è divenuto quello del dominio assoluto e incontrastato della finanza anglo-sassone, ben descritto dal giornalista Franco Fracassi: “tre colossi di fondi (con sede negli Stati Uniti), Vanguard, BlackRock e State Street, che, unitamente a Fmr-Fidelity,“ sono “tre immense società una proprietaria dell’altra. In grado di muovere oltre venticinquemila miliardi di euro. Un quarto della ricchezza prodotta in un anno da tutti i Paesi del mondo messi assieme” e che inoltre “si ritrovano con varie quote fra gli azionisti delle principali banche: non solo JP Morgan, Bank of America, Citigroup e Wells Fargo, ma anche le banche d’affari come Goldman Sachs, Morgan Stanley, Bank of Ny Mellon, Deutsche Bank e ancora ancora. In più erano entrate nel capitale delle due maggiori agenzie di rating, Standard & Poor’s (5,44%) e Moody’s (6,6 %), ottenendo la possibilità di influire sulla determinazione di titoli sovrani, azioni e obbligazioni private, incidendo così su prezzo e valore delle attività acquistate o vendute” (Fracassi 2020, 148).

Lenin aveva saputo cogliere con straordinario anticipo tutta la potenza del sistema della partecipazione azionaria, che consente ai colossi finanziari, con una quota di maggioranza relativa, che di solito è molto inferiore al 30% o anche solo al 20%, di assumere il controllo di settori chiave dell’economia. Un esempio pratico del suo funzionamento è il modo in cui i grandi gruppi finanziari sopra menzionati, con pacchetti azionari relativamente modesti, dal 5% al 12%, ed accordandosi tra loro, abbiano detenuto il controllo del “campo della produzione” del settore farmaceutico nel corso della pandemia di Covid-19, e nello specifico, delle quattro Big Pharma che hanno prodotto i vaccini approvati dai più importanti enti regolatori: Pfizer, Moderna, Johnson&Johnson e AstraZeneca: “Il maggiore investitore istituzionale di Pfizer è Vanguard, il secondo è BlackRock e terzo è State Street Corporation. Stessa cosa per Johnson&Johnson, primo azionista è sempre lei, Vanguard con l’8,67%, secondo è BlackRock e terzo è State Street Corporation. Andiamo alla Moderna con in pole position Vanguard, con il 5,85% e in posizione più bassa BlackRock e State Street. Ultima delle quattro è AstraZeneca, dove sono presenti sia Vanguard, che BlackRock, anche se con quote molto minori rispetto ad azionisti di maggioranza inglesi e svedesi” (Alterio 2021, 120-121).

Un aspetto emerso nella finanza moderna che ha portato alle estreme conseguenze il sistema della partecipazione azionaria evidenziato da Lenin, fungendo da suo moltiplicatore,  è quello dei fondi di investimento (hedge funds, fidelity funds, ecc.), in cui ad affidare le proprie risorse finanziarie alla gestione degli amministratori sono investitori di capitali assai variabili in termini di entità, dai grandi investitori (spesso “istituzionali”, come banche di affari,  compagnie assicurative, ecc.) ai piccoli investitori retail, i quali acquistano non già azioni o obbligazioni di specifiche aziende, ma piuttosto quote degli stessi fondi, a loro volta discrezionalmente investiti dai manager in un “portafoglio” di titoli assai composito e variabile. I colossi Vanguard, BlackRock e State Street controllano un gran numero di fondi, ed in questo modo, tramite chi li amministra, prendono le decisioni di investimento, esercitando un potere sulle economie e sui mercati varie volte decuplicato rispetto al capitale originariamente investito, mentre chi vi investe, ne beneficia, in caso di plusvalenze, o ne perde, in caso di minusvalenze, in proporzione al numero di quote detenuto.

A tutto ciò si deve aggiungere che la finanza moderna, al contrario di quella dei tempi di Lenin,  non tratta solo titoli azionari e obbligazionari di imprese, o quote di fondi di investimento, ma anche flussi di cassa, e cioè aspettative di entrate che derivano da pagamenti di interessi, profitti e simili, che possono essere tra loro combinati in vario modo per creare diversi tipi di “prodotto finanziario”, denominati nel loro insieme derivati e, quando riferiti a profitti e interessi futuri di determinate aziende, futures (O’Hara 2016).

All’esatto contrario della crisi del 1929, in cui la “crisi da sovrapproduzione” dell’industria ha travolto i mercati finanziari, nel 2008 è stato il crollo dei prezzi di futures e derivati sui mercati finanziari a trascinare nel baratro le imprese dell’economia reale. L’economista post-keynesiano Hyman Minsky ha spiegato che, per sua natura, il sistema finanziario, nelle fasi espansive dell’economia, è portato ad amplificare i valori di attività finanziarie e patrimoniali, alcune in modo più accentuato e ipertrofico di altre, provocando le c.d. “bolle speculative”, valori che risultano così essere del tutto fittizi e che finiscono col risultare insostenibili rispetto alla crescita del reddito reale; genera così in modo endogeno le condizioni per una successiva crisi, prodotta dall’inevitabile “scoppio” delle “bolle speculative”, con la spirale di corsa alla vendita dei titoli. Ed ha aggiunto che “non esiste alcun meccanismo di mercato in grado di riproporzionare, da solo, il valore delle passività alle effettive prospettive di profitto delle imprese” (Minsky 1982).

Per risolvere in radice questo tipo di crisi sarebbe necessario introdurre una modifica radicale nella struttura, attraverso l’abolizione tout court dell’economia finanziaria, vietando cioè del tutto la cedibilità delle imprese e dei mezzi di produzione in esse incorporati come capitale costante nella forma di “quote ideali”, quali sono appunto i titoli azionari, e mettendo in ogni caso fuori legge l’immissione sul mercato di “prodotti finanziari” del tutto virtuali come derivati e futures. Qualora ciò non fosse possibile per un attore statuale comunque inserito nella rete di relazioni dell’economia internazionale, sarebbe necessario quanto meno scegliere la strada della socializzazione o della nazionalizzazione del capitale finanziario, quanto meno in alcuni settori strategici, come l’industria bellica, farmaceutica ed energetica.

Questa del resto è la strada seguita non solo nella Cina comunista, ma anche in diverse altre realtà ad economia mista, tra cui la Russia, in cui la condizione di prevalenza di capitale in mano pubblica ha consentito di affrontare con successo, ed a costi economici e sociali grandemente inferiori rispetto all’Occidente, tanto le esigenze di gestione dell’evento pandemico Covid 19, quanto quelle di cambiamento dei mercati energetici di esportazione e di modernizzazione e di incremento della produzione di tecnologia ed armamenti a seguito del conflitto provocato dall’Occidente in Ucraina (Abelow, 2023).

Rigettando la credenza dell’ideologia borghese che “a produrre valore possa essere il denaro” (Lombardo 2018, 26), l’economista Stefano Zamagni evidenzia le caratteristiche strutturali della finanza:

  1. usa come risorsa chiave la moneta, che non è una materia prima, ma  una “istituzione sociale”;
  2. usa il tempo,e in particolare il futuro, denso di rischi ed incertezza, cui tutti gli assets sono collegati;
  3. usa la fiducia, la quale non è una merce, ma “è un bene relazionale”;
  4. i problemi di decisione prevalgono su quelli di scelta, dato che non si conoscono in modo completo le caratteristiche, la portata e le conseguenze delle varie opzioni;
  5. nulla viene prodotto, ma solo ridistribuito: se alcuni soggetti guadagnano, altri perdono; “gli swaps della finanza sono un gioco a somma nulla, e qualche volta, anche negativa”;
  6. la motivazione degli investitori non sta nella soddisfazione di un bisogno, ma piuttosto nell’avidità, che insieme al successo individuale è stata eretta a “ideale collettivo” (Zamagni 2019, 130-136).

Una struttura fondata sul capitalismo finanziario estrae risorse dalle forze di produzione del capitalismo industriale, il quale le estrae a sua volta dalle forze di riproduzione nella forma del plusvalore, e quindi si sostanzia in un estrazionismo espanso (Barca, 2024), come tale ontologicamente parassitario.

In una struttura dominata dal capitalismo finanziario “non esiste una soglia di redditività del capitale garantita” ma questa deve essere “conquistata sempre sulla base della propria forza relativa”, per cui “i piccoli risparmiatori sono stati espropriati e la concentrazione capitalistica è andata avanti” (Lombardo 2018, 40). Una tale struttura di per sé non produce ricchezza, ma ha un continuo bisogno di merci e risorse da reperire a prezzi minimi in ogni parte del globo su cui potere effettuare speculazioni, e ciò si compie formalmente attraverso gli accordi di “libero commercio” della World Trade Organization-WTO e il sistema dei prestiti-capestro del Fondo Monetario Internazionale-FMI e sostanzialmente con una globalizzazione intesa come progetto neocoloniale di sfruttamento delle economie dei Paesi in via di sviluppo, da cui sono prelevate materie prime a basso costo ed in cui viene “esternalizzata” la maggior parte delle attività produttive in una nuova “divisione internazionale del lavoro”, mentre in Occidente rimangono in prevalenza le attività finanziarie, commerciali e dei servizi, ed in cui una immigrazione incontrollata fornisce una manodopera concorrenziale e ricattabile per i lavori più umili (Todd 2023).

Questo tipo di struttura, con poche variazioni, opera incontrastata attraverso i contesti statuali che il sociologo francese Emmanuel Todd definisce come le “oligarchie liberali” (Todd 2023), che si caratterizzano per la “spaventosa concentrazione finanziaria cui abbiamo assistito negli ultimi anni” a fronte di un “regresso in campo sociale ed economico dei lavoratori” (Lombardo 2018, 73).

Questa struttura, oltre ad essere fisiologicamente parassitaria, è fatalmente destinata, in funzione dell’esponenziale crescita del profitto di pochi “investitori”, a prosciugare le risorse naturali, devastare l’ambiente e la biodiversità degli ecosistemi, gonfiare i costi, rendere il lavoro sempre più precario ed i salari più bassi, reiterare crisi recessive e fallimenti, far dilagare gli sprechi, scatenare predatorie “guerre imperialiste”, incidere negativamente sulla demografia e il benessere dei popoli, diffondere distruzione e miseria, ma, ciò nonostante, domina ancora  in Occidente.

Un Occidente che appare sempre più isolato, autoreferenziale, immerso in non più giustificati complessi di superiorità (Orsini 2024) e incapace di comprendere le trasformazioni del mondo intorno a lui, come la graduale affermazione di un ordine multipolare e di cooperazione tra “pari”  che cercano di costruire i Paesi aderenti ai BRICS al posto dell’attuale regime internazionale unipolare a egemonia USA/UK, che si regge unicamente su dinamiche di carattere predatorio, ricattatorio e speculativo. Bene evidenzia il sociologo Francesco Sidoti che “la pronuncia della sigla significa “mattoni” in inglese, ma definisce anche il gruppo dei Paesi che comprende Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.  Vogliono trasformare le basi organizzative e strutturali su cui si basa il mondo e fornire un’alternativa al G7 in un nuovo ordine economico differente da quello imposto dagli Stati Uniti. E’ sempre più evidente l’urgenza di costruire un ordine globale che garantisca quella stessa stabilità che c’è stata per ottant’anni dopo il 1945” (Sidoti 2025).

Ma è proprio a quanto accade in questo Occidente che dobbiamo volgere l’attenzione. Perché per la prima volta nella storia, una parte consistente del capitalismo finanziario speculativo,  fatto di grandi gruppi e coalizioni che hanno conseguito una posizione egemonica sui mercati, e quindi costituisce il gruppo dominante della struttura,  ha pensato di fare qualche cosa che solo uno o due decenni or sono sarebbe sembrato impensabile: fare sostanzialmente a meno di una sovrastruttura dotata di una qualche autonomia ed esercitare in modo diretto il potere non più solo sul sistema economico, ma anche sul sistema sociale e su quello culturale, e ciò a causa dell’intolleranza dei vincoli posti da una qualsivoglia forma di stato, per quanto borghese e formalmente etichettato come di democrazia liberale.

Queste “forze della struttura”, nonostante il carattere tendenzialmente “anarchico” del capitalismo, bene evidenziato da Marx, si sono dotate di una propria capacità di rappresentazione ideologica unitaria della società e del mondo, dando vita, soprattutto tramite il World Economic Forum[1], ma anche attraverso comunicazioni, di fatto coercitive, come la lettera annuale del presidente di BlackRock[2] Larry Fink agli amministratori delle società controllate, ad un articolato, esplicito e coerente programma politico su scala globale (Schwab 2016; Schwab, Malleret 2020; Schwab 2021; Fink 2022).

Il World Economic Forum esplicitamente formula una sintesi teorica del dominio incontrastato delle oligarchie finanziarie e tale ideologia, che costituisce la più ambiziosa tra quelle compresenti nell’immaginario collettivo neoliberista, prevede la “tendenziale erosione della sovrastruttura” e pone le basi per il dissolvimento degli stati nazionali. Questi risultano sostituiti in parte dall’azione speculativa delle forze dello stesso capitale finanziario sui mercati, di pari passo con un sostanziale rafforzamento del ruolo di organizzazioni e istituzioni internazionali e sovranazionali[3], con il determinante apporto di tecnocrati, esperti, think tank, organizzazioni non  governative e movimenti “giovanili” e non solo, soprattutto ambientali e LGBTQ, totalmente etero diretti,  per costruire “una “nuova normalità, radicalmente diversa da quella che ci stiamo progressivamente lasciando alle spalle”, in cui “molti dei nostri convincimenti ed assunti su a che cosa il mondo potrebbe o dovrebbe assomigliare saranno frantumati ”. Secondo il WEF, le “forze secolari” prevalenti che danno forma al mondo di oggi sono tre: “l’interdipendenza, la velocità e la complessità”; in ogni caso, tali forze non ammettono né la possibilità di porre alcun limite al reset economico e sociale operato delle forze di mercato a livello globale, che comprende un incremento sia dei flussi migratori, che della “sostituzione del lavoro” con AI, “robot e macchine intelligenti”, né di riservare spazi regolativi, se non ad organizzazioni globali operanti ben al di sopra degli stati nazionali (Schwab 2020).

Pertanto, solo un ruolo del tutto marginale e di “svuotamento dall’interno” è affidato a partiti ed esponenti politici, talora solamente controllati e talora diretta espressione delle oligarchie finanziarie[4], di cui si delineano con precisione gli uniformi trend ideologici, in gran parte sovrapponibili a quelli che la politica tedesca Sara Wagenkhnecht ha bene evidenziato come portanti nelle forze della Sinistra neoliberale che, del tutto rimossa la centralità dei problemi sociali ed economici, si preoccupa “per il clima e si impegna in favore dell’emancipazione, dell’immigrazione e delle minoranze sessuali”, nella convinzione “che lo stato nazionale sia un modello in via di estinzione”(Wagenchneckt 2022, XII).

Ma le pulsioni del capitalismo finanziario ad assumere un governo diretto dei fenomeni attraverso l’esercizio del potere normativo vanno addirittura oltre. In una intervista del 2021, Brian Mohynian, Chief Executive Officer (CEO) di  Bank of America, il secondo più grande istituto di credito degli Stati Uniti ed uno dei giganti della finanza globale, ha affermato in modo molto chiaro “l’esigenza di una leadership del capitalismo nei processi trasformativi verso la sostenibilità”. Dato che “se non remunero gli azionisti, loro potrebbero e forse dovrebbero licenziarmi”, Mohynian spiega tutti i progetti di metriche ed indicatori da applicare alla rilevazione dei progressi delle imprese nell’adempimento delle 17 Sustainable Development Goals (SDGs) dell’Organizzazione delle Nazioni Unite del 2017, implementazione preparata “insieme ai colleghi del  Forum di Davos e dell’International Business Council” (Valentino 2021).

Il quadro è molto chiaro: il capitalismo finanziario non si limita a non volere essere valutato o criticato per quello che è e per quello che fa, ma pretende di decidere direttamente lui le regole e gli indicatori sulla cui base le imprese debbano essere considerate più o meno sostenibili ed inclusive. E per reclamare un ruolo di arbitro imparziale nel campo degli standard di sostenibilità, mantiene e finanzia una pletora di organizzazioni ed istituti privati dai nomi altisonanti, spesso nella forma giuridica di organizzazioni non governative no profit (come l’International Business Council –IBC, il  Financial Accounting Standards Board –FASB e il già noto World Economic Forum – WEF), la cui immagine di autorevolezza ed imparzialità è stata preventivamente assicurata tramite messaggi dei media e riconoscimento reciproco.

Il  fenomeno sopra  delineato di tendenziale erosione della sovrastruttura , per quanto in un certo qual modo sconcertante, non può prendere di sorpresa lo studioso marxista.

Spiega Alberto Lombardo che “il metodo marxista si caratterizza per la capacità di creare quello che si chiama “un’astrazione storicamente determinata”, per cogliere, al di là dei dati empirici, le tendenze generali e la connessione logica e storica. Queste tendenze generali possono essere chiamate “leggi” di sviluppo di un’epoca storica” (Lombardo 2018, 87).

Lo stesso Marx, infatti, per quanto non abbia mai esplicitamente formulato una legge della tendenziale erosione della sovrastruttura, ha ben affermato che “a un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura” (Marx 1859, 2).

Orbene, il capitalismo finanziario si è sostituito a quello industriale rilevando per i propri scopi le imprese produttive nella fredda forma dei loro titoli azionari, spersonalizzandole, cancellandone l’identità, gli artefatti, la fisionomia e le tradizioni, trasformandole in meri oggetti contendibili sul mercato, senza storia, né cultura; smembrandole, frammentandole, accorpandole, licenziando il personale, esternalizzando sedi e stabilimenti  e persino facendole appositamente fallire, dopo aver divorato, vuoi sotto forma di corrispettivi per i titoli, vuoi di dividendi azionari, ogni loro risorsa presente e futura, il tutto per intenti meramente speculativi.  Perché ci si dovrebbe aspettare che al capitalismo finanziario interessi mantenere una sovrastruttura che pone dei vincoli a determinate iniziative, considera indisponibili determinati beni e risorse, come quelle idriche e demaniali, tutela e considera inderogabili e inalienabili alcuni diritti delle persone e subordina all’autonomia contrattuale l’acquisizione della proprietà dei cittadini?

Molto meglio attivare meccanismi che permettano il trasferimento di quanti più poteri possibile ad una organizzazione sovranazionale come l’Unione Europea, assai più facilmente controllata e sin dalle origini progettata per portare “il più spaventoso attacco alle condizioni di vita e dei diritti dei lavoratori, l’impoverimento dei ceti medi, l’aggressione e la spoliazione delle nazioni”, “programma che le classi dominanti prefiggevano per l’Europa unita fin dalla sua nascita” (Rizzo 2012), capace di imporre a livello sovranazionale da un lato politiche di safetycracy e belliciste, con conseguenti massicci obblighi di spesa di in prodotti farmaceutici o in armamenti, e dall’altro, politiche di Green deal, con oneri insopportabili a carico della maggior parte dei comuni cittadini, come quelli di efficientamento energetico delle proprietà immobiliari o di rottamazione di intere categorie di veicoli, che il “diritto di proprietà” vanno del tutto a vanificare, costringendo i più a svendere o comunque a disfarsi dei loro beni (Scarcella Prandstraller 2024).

Si deve inoltre tenere conto che “Marx applica coerentemente i principi della dialettica ai processi storici reali” (Lombardo 2018, 50). Se Karl Popper obietta che “l’unicità del processo storico può condurre solamente ad una altrettanto unica affermazione descrittiva del processo osservato”, impendendo con ciò la formulazioni di leggi anche solo tendenziali, tuttavia “eventi diversi possono avvenire in situazioni analoghe” (Lombardo 2018, 153-155) e “studiando ciascuna di queste forme di sviluppo separatamente e poi comparandole tra di loro si può trovare facilmente l’idea di questi fenomeni” (Suchting 1972, 235-266). Andando  ad effettuare un attento riscontro sugli eventi storici, si può osservare che il fenomeno della tendenziale erosione della sovrastruttura si è già presentato almeno in una precedente occasione, quando i rapporti di produzione non erano quelli capitalistici, bensì quelli feudali.

Ci si riferisce alla pretesa, avanzata sul piano teologico e del diritto canonico, alla potestas directa in temporalibus, intesa quale “esercizio da parte della Chiesa cattolica di un’azione di controllo diretto sulle istituzioni politiche medievali”(Pennington 1993).      Per comprendere a fondo le ragioni per cui il Papato abbia potuto in quell’epoca storica avanzare una simile pretesa, diretta a destabilizzare le fonti stesse di legittimità del potere politico “temporale”, bisogna tenere conto di due concomitanti presupposti:

1) Il fatto che la Chiesa costituisse nel medioevo un elemento cruciale dei “rapporti di produzione” della struttura feudale. Lo stato in quell’epoca non era quello borghese nazionale, ma piuttosto coincideva con una sorta di monarchia tendenzialmente universale, l’Impero, e tra il Papa e l’Imperatore era in corso un conflitto in merito alla legittima titolarità del potere di nomina di feudatari che, al momento della loro morte, fossero tenuti a restituire intatti i feudi al sovrano piuttosto che avere la facoltà di trasmetterli ad eventuali eredi. I soli potenziali feudatari che si trovavano sotto un vincolo giuridico a non generare eredi legittimi erano i sacerdoti, soggetti al celibato ecclesiastico, ed a maggior ragione i vescovi, e per questo, il diritto di scegliere gli uomini da elevare alla dignità episcopale era stato al centro di una lunga contesa tra il Papato e l’Impero, la c.d. “lotta per le investiture”.  L’affermazione di una potestas directa, e non più indirecta, in temporalibus, fondata sul presupposto che il Papa fosse non solamente Vicarius Petri, ma Vicarius Christi, titolare quindi di un mandato di diretta origine divina, avrebbe comportato il suo diritto alla scelta non solo dei vescovi-conti-feudatari, ma anche dello stesso Imperatore, con tutto il diritto a revocarlo a sua discrezione, sciogliendo i sudditi da ogni dovere religioso di obbedienza nei suoi confronti (Caputo 1987). La questione della potestas directa  fu avanzata con particolare insistenza dal pontefice Bonifacio VIII (1294-1303), e contribuì alla formazione dei due “partiti” contrapposti dei Guelfi e dei Ghibellini, che giunsero ad intrighi ed aspri scontri armati, nonostante entrambi condividessero il medesimo presupposto dei rapporti di produzione di tipo feudale, determinando comunque il risultato di una tendenziale erosione della sovrastruttura politica e giuridica del potere imperiale.

2) Il fatto che nell’epoca medioevale sussistesse un immaginario collettivo totalmente  permeato dalla dottrina ecclesiastica. Nessuno, soprattutto se dotato di qualche forma di autorità o rilevanza, avrebbe di massima potuto ragionare secondo criteri e valori differenti rispetto al bene prioritario della salus animarum, e cioè della questione della salvezza ultraterrena, presupposto alla base di qualunque previsione normativa dello stesso diritto canonico (Caputo 1987). Prove ne sono tanto il trattamento che veniva in quel periodo riservato agli “eretici”, come anche il per noi singolare atteggiamento di Dante Alighieri nei confronti di Papa Bonifacio VIII nella sua “Divina Commedia”. Dante, pur essendo un Guelfo, all’interno del partito Guelfo, si era schierato con la fazione dei Guelfi Bianchi, la quale si opponeva alla completa sottomissione di Firenze e dei Comuni Italiani al Papato. Dante Alighieri, uomo di profonda fede e che non dubitava neppure lontanamente delle rappresentazioni della religione, non si permette di accusare Bonifacio VIII di avanzare pretese ingiustificate da un punto di vista tanto teologico, quanto giuridico, ma lo colloca piuttosto, pur essendo ancora vivo al momento dell’immaginario viaggio dantesco, nella terza bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno, dove sono puniti i simoniaci, cioè coloro che hanno comprato o venduto cariche ecclesiastiche, e cioè per avere tradito i fondamenti della sua missione come sacerdote e guida della Chiesa. Il poeta lo critica infatti aspramente per la sua corruzione e per aver usurpato il potere nella Chiesa, ma non già per avere incarnato le pretese di potestas directa in temporalibus del Papato.

Paolo Gila, in una prospettiva particolarmente originale, avvicina l’odierno capitalismo proprio al medioevo, ed in particolare afferma che, ben lungi dall’estinzione, “si sta trasformando in qualcosa di diverso, che ricorda da vicino l’avvento del Feudalesimo dopo il collasso del mondo antico. Il capitalismo sta diventando «Capitalesimo», un sistema capillare e inesorabile di controllo assoluto su un territorio frammentato, una sorta di Sacro Romano Impero della finanza, coi suoi feudatari sempre più potenti, i suoi marchesi, i suoi baroni, i vassalli, i valvassori e la sua plebe sterminata, sempre più povera” (2013).

Uno degli aspetti più salienti affrontato dall’autore, oltre a quello dell’incremento di sperequazioni e diseguaglianze, è quello dei meccanismi di gestione del potere, sempre più analoghi ai sistemi in voga nel periodo feudale, retti da discrezionalità, arbitrio, cooptazione e vincoli di consanguineità e di fedeltà, che vengono oggi applicati diffusamente, mentre si intende preservare solo una forma esteriore ed apparente di regole di merito, competenza, trasparenza, rispetto e convivenza democratica (Gila 2013).

E la conclusione è che “la spinta verso questo nuovo modello futuro, che ingloba in sé la crescita tecnologica-finanziaria con il declino sociale (soprattutto nell’Occidente), frutto di un intreccio di forze progressive e di altre regressive e involutive è un concetto chiaro e distinto nelle menti di coloro che appartengono al gruppo dello «sciame finanziario globale» in grado di creare e di trasferire ricchezze su scala planetaria” (Gila 2013).

Ciò che avvicina il pontefice del XIII-XIV secolo ai moderni Bonifacio VIII, come Larry Fink o Brian Mohynian, gonfi dell’ebbrezza del potere che loro deriva dal cavalcare la più recente e moltiplicatrice versione del  prodigioso (e “mostruoso”) destriero meccanico, il cui funzionamento è stato tanto bene evidenziato e spiegato da Lenin, del sistema della partecipazione azionaria, è la ferma determinazione a rivendicare la signoria incondizionata sul mondo, producendo una tendenziale erosione di  quella parte basilare della sovrastruttura costituita degli stati nazionali, di cui non sentono più alcun bisogno, ma semmai percepiscono come un inutile fardello e fattore di frustrazione alle loro incontenibili ambizioni.

E’ anche il fatto di dominare, pur non conoscendo probabilmente neppure i fondamenti tecnici basilari della produzione agricola o industriale e sia pure con strumenti completamente differenti (da una parte, l’autorità religiosa, dall’altra, l’attenta e strategica collocazione nei “campi della produzione” di una massa critica di capitale finanziario, in modo da poterli “padroneggiare”) i gangli vitali della struttura e di operare in un immaginario collettivo compatibile con le loro pretese, tale da escludere in radice nella maggioranza delle persone del tempo la possibilità di pensare sulla base di presupposti diversi e prendere in considerazione rappresentazioni e corsi di azione differenti.

Si può concludere che, per continuare a dischiudere l’immenso potenziale euristico insito nelle opere di Marx e di Lenin, si deve ricorrere ad una loro interpretazione progressiva, che tenga conto dei mutamenti epocali intervenuti nel mondo della produzione, e che consente, tra le molte possibili e continue scoperte, di evincere, per quanto mai compiutamente formulata, una legge della tendenziale erosione della sovrastruttura.


Riferimenti bibliografici

 

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  • [1] Il Word Economic Forum o WEF, conosciuto anche come Forum di Davos, è una fondazione senza scopo di lucro con sede a Coligny in Svizzara nata nel 1971 come think tank su iniziativa del Prof. Klaus Schwab dell’Università di Ginevra, ingegnere ed economista, e tuttora uno degli indiscussi punti di riferimento della finanza mondiale.
  • [2] Il più grande colosso della finanza mondiale, con fondi amministrati per circa 10.000 miliardi di dollari, di cui un terzo in Europa, distribuiti in tutti i settori più strategici, dal farmaceutico, alle ICT, al fast food, alla grande distribuzione.
  • [3] Il riferimento è da intendersi non solo a quelle specializzate nella funzione di garantire le condizioni di sfruttamento neocoloniale dei PVS da parte del capitalismo finanziario come il WTO e il FMI, o l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) diretta ad assicurare le politiche globali di safetycracy e vaccinazione a sostegno dei colossi farmaceutici, ma anche quelle preposte al controllo dei governi di aree del pianeta come l’Unione Europea, ed all’esercizio collettivo della violenza bellica in accordo con il principio della US/UK primacy, come la NATO, alleanza nominalmente difensiva, che ha però aggredito diversi stati che non minacciavano i suoi confini, come Serbia, Libia, Iraq e Afghanistan.
  • [4] I casi di questo secondo tipo sono sempre più frequenti e tutti in posizioni di primo piano, da quello molto noto del Presidente della Francia Emmanuel Macron, ex dirigente della Rothschild & C. Banque, a quelli meno conosciuti del Ministro dell’Interno del Belgio Annelies Verlinden, allieva e assidua frequentatrice del WEF, a Elina Valtonen, Ministro degli Esteri della Finlandia, consulente finanziario ed ex dirigente della Bank of Scotland e Jana Černochová, Ministro della Difesa della Repubblica Ceca, anch’essa proveniente da una carriera nel settore bancario, oltre a diversi altri.
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